Sicurezza
«Non riesco a credere che sia un’assassina»
Stefano Bonino difende la sorella. E resta il mistero sul movente dei 13 omicidi in Rianimazione
PIOMBINO. «Considero mio cognato la persona piú onesta che conosco, la fiducia che ho in lui é uno dei punti fermi della mia vita». Così Stefano Bonino, fratello di Fausta, l’infermiera accusata di aver ucciso 13 pazienti, dal suo profilo Facebook commenta le poche parole con cui Renato Di Biagio ha difeso la moglie parlando con i giornalisti. «Non sono l’unico che non riesce a crederci», aggiunge, postando il video dell’intervista al primario di rianimazione, Michele Casalis, che parla con trasporto delle qualità professionali della sorella.
C’è la famiglia a proteggere l’immagine di Fausta Bonino, una famiglia i cui componenti si sono divisi in tanti rivoli arrivando a vivere anche a grande distanza l’uno dall’altro ma della quale si percepisce comunque la solidità.
I Bonino sono originari di Saliceto, un paesino del Cuneese, con 1400 abitanti. Caratteri indipendenti, quelli dei fratelli Bonino, che appunto li ha portati a scegliere strade diverse, non facili e lontano da casa.
Fausta infatti, diplomatasi infermiera professionale ha iniziato giovanissima a lavorare in un ospedale del Savonese, a Millesimo.
Quell’ospedale poi viene chiuso nel 1989, e la donna coglie l’occasione di un posto di lavoro a Villamarina. E’ a Piombino che conosce e poi sposa Renato Di Biagio, tecnico della Magona, più grande di lei di qualche anno.
E’ una bella famiglia, la loro. I due figli Lorenzo e Andrea crescono bene, studiano, il primo diventerà chef a Parigi, il secondo si laurererà in medicina.
Poche amicizie in città per la coppia, che spesso sceglie l’Elba (Renato è di Rio Marina) per staccare un po’ dal lavoro. Se le amicizie sono selezionate, la loro cordialità è testimoniata da tutti coloro che li conoscono, a partire dai vicini di casa.
Fausta poi colleziona solo parole buone da chi ha lavorato con lei, i responsabili dei vari reparti in cui ha operato – cardiologia, anestesia e rianimazione – ma anche i colleghi.
«Una che sul lavoro è sempre stata impeccabile», dice il dottor Casalis. Tratteggiando così una personalità difficile da associare a quella del killer spietato che – senza un movente conosciuto – ha ucciso 13 persone indifese.(cloz)
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