La manifestazione
L’indagine prosegue, i sospetti aumentano
Anche i familiari di altri pazienti morti si rivolgono alla Procura. L’avvocato dell’infermiera: «Il vero killer se la gode»
PIOMBINO. L’indagine potrebbe allargarsi. Era stato detto già in conferenza stampa giovedì mattina dai carabinieri del Nas, a proposito dell’operazione che ha condotto in carcere Fausta Bonino, l’infermiera di 55 anni accusata di aver ucciso tredici pazienti quando la donna lavorava nel reparto rianimazione di Villamarina.
Nuovi sospetti. Ieri quelle previsioni hanno in parte trovato conferma non solo nelle parole del sostituto procuratore Massimo Mannucci, ma anche nell’iniziativa di altre famiglie, persone che hanno perso un loro caro in circostanze a loro dire sospette ma che non rientrano nel triste elenco della Procura. Persone come Marco Raffermi, per esempio, che si è rivolto all’avvocato Roberto Napoleoni per avere le cartelle cliniche della madre Maria Antonietta Biagioli, morta nel dicembre 2014 a 78 anni per l’improvviso aggravarsi delle sue condizioni dopo una caduta. Il periodo è quello. Bonino, lo ricordiamo, è accusata di omicidio volontario plurimo con l’aggravante della crudeltà e della premeditazione, abuso di potere e violazione dei doveri inerenti un servizio pubblico. Oltre a Raffermi, altre due famiglie si sono rivolte allo studio Napoleoni.
Eparina killer. Savonese, ma da trent’anni residente a Piombino, per oltre venti Bonino ha lavorato nel reparto di rianimazione di Villamarina. E lì, dal 19 gennaio 2014 al 29 settembre 2015, la donna avrebbe ucciso tredici pazienti, non terminali, di età compresa tra i 61 e gli 88 anni, iniettando loro dosi massicce di eparina (un anticoagulante). Sospettata, intercettata, trasferita. E infine arrestata.
«L’indagine prosegue - ribadisce il pm Mannucci - solo che adesso va avanti a fari accesi. La notizia è diventata di dominio pubblico ma noi continuiamo a lavorare per approfondire certi aspetti e per capire se ci sono state altre morti sospette. Intanto lunedì sentiamo la persona in questione».
Lunedì infatti alle 10 il gip Antonio Pirato ha fissato l’interrogatorio di garanzia. Bonino verrà sentita nel carcere di Pisa dove è detenuta da giovedì, da quando i Nas l’hanno prelevata all’aeroporto mentre tornava da Parigi dove abita un figlio. I Nas hanno perquisito anche la sua abitazione di via Primo maggio e quella di Rio Marina, paese di origine del marito. «Vengono spesso in vacanza qui - dice una ristoratrice di Rio Marina - Siamo rimasti tutti sconvolti».
Familiari e avvocati. Sconvolti a dir poco anche i familiari delle tredici persone che la donna avrebbe soppresso. Anche alcuni di loro si sono rivolti agli avvocati, preannunciando di costituirsi parte civile all’eventuale processo.
«Il vero killer se la gode». «Mentre tutti accusano lei, ora magari il vero killer se la gode». E’ tranchant la battuta dell’avvocato Cesarina Barghini, che dopo aver assistito l’infermiera in una vertenza sindacale contro l’Asl ora prova a tirarla fuori da guai molto più grossi.
L’avvocato contesta la ricostruzione dei carabinieri, ripete che la sua cliente è solo «un capro espiatorio», denuncia la mancanza di movente in tutta questa storia.
Il movente. Movente che in effetti non c’è. Gli investigatori lo ravvisano nelle condizioni psicologiche della donna. Il profilo che è stato tratteggiato (dai Nas in conferenza stampa ma anche nell’ordinanza del gip Pirato) è quello di una persona sofferente, già in terapia da uno specialista, e che avrebbe aggravato le sue condizioni con l’abuso di alcol.
La replica dell’avvocato. «Queste sono gravissime menzogne - dice l’avvocato Barghini - La signora non è mai, e ripeto mai, stata in cura da uno psichiatra. Negli anni Novanta ha sofferto di epilessia, alcuni episodi isolati per i quali si era rivolta a un neurologo. Si era curata e si teneva sotto controllo. Ma da allora non aveva più avuto problemi. E per tutto il periodo in cui ha lavorato in rianimazione non è mai più accaduto nulla del genere. Ricordo peraltro che l’epilessia non produce atti di questo genere. Sul lavoro era stimatissima da tutti e considerata una stakanovista, tra l’altro molto qualificata professionalmente. Per questo sono tutti stupiti. Fausta Bonino non prendeva farmaci e non era alcolizzata. Il marito mi ha detto che beveva un bicchiere di vino durante i pasti, e a volte neanche quello. I dubbi su questa indagine sono tanti, troppi. Ho sentito anche molti suoi colleghi. La signora è stata calata in una gogna mediatica, le è stato già fatto il processo ed è stata condannata».
Sotto stress. Anche per quanto riguarda le intercettazioni, o almeno gli stralci contenuti nell’ordinanza, l’avvocato dice che «quelle frasi sono state travisate e comunque non dimostrano niente. Si percepisce solo lo stato d’animo di una persona preoccupata. La signora iniziava a capire che l’azienda sanitaria attribuiva a lei le morti sospette avvenute in quel reparto. Lei si sentiva osservata e si confidava con le amiche come chiunque avrebbe fatto. Se le sognava anche di notte quelle accuse, era sotto stress. Per questo venne da me perché denunciassi questa sorta di mobbing dell’azienda. Sapeva benissimo di essere sotto inchiesta come tutti, ma gli occhi li avevano messi solo su di lei».
Quante volte è stata sentita? «Più volte, come tutte le altre colleghe - risponde l’avvocato - Per la precisione due dai Nas e una dal dottor Mannucci. E’ tutto molto paradossale. Non ci sono prove a suo carico né indizi sufficienti per applicare una misura così dura e soprattutto per rovinarla in questa maniera. Che idea mi sono fatta? Stanno sbagliando persona e magari il vero responsabile è lì che si gode lo spettacolo».
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