Sicurezza
Primi visitatori in un golfo da salvare
Con Pasqua, l’avvio della stagione 2016. Cambi (Università di Siena): «A Baratti colture contro le alluvioni e archeologia diffusa»
Sulla situazione della Costa Est un intervento dell'ex responsabile Wwf Val di Cornia Paolo Maria Politi
PIOMBINO.Pasqua e Pasquetta primi visitatori a Baratti e Populonia (in Costa Est c’è pure chi ha fatto il bagno).
[[atex:gelocal:il-tirreno:piombino:cronaca:1.13204987:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.13204987:1652176056/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Serrato il confronto sul futuro del golfo, tanto prezioso quanto fragile. «Serve un nuovo progetto culturale contro le alluvioni, per un’archeologia diffusa – dice Franco Cambi, docente di archeologia dei paesaggi, Università di Siena che anche qui è stato a lungo impegnato (dalle mura di Populonia al progetto Arcus ndr) – Necessario coinvolgere altre competenze e istituzioni oltre alla comunità locale. Evidente che l’intervento con i geotubi a difesa dell’area archeologica e costiera, vicino a San Cerbone, non è servito. Maree, dragaggi, nuovi porti? Soprattutto – spiega – il clima è cambiato e bisogna fare in modo che la pioggia danneggi il meno possibile. Meglio sarebbe, per consolidare il terreno, mettere a coltura produzioni. Al Casone un hotel a 5 stelle? Ideale sì, ma come bed and breakfast per il turismo leggero di chi ama la natura, utilizzabile tutto l’anno. Per voler fare troppo, spesso non si fa niente».
Archivio unitario. «Anni fa – prosegue Cambi – avevo proposto la costruzione di un sistema informativo unitario su Baratti: una specie di grande archivio-giornale dinamico on line nel quale storia, geografia, ambiente e tradizioni si coniugassero. Una struttura aperta e innovativa, a disposizione di storici, archeologi, naturalisti, ma anche di turisti, visitatori e, soprattutto, della comunità locale. Proprio i “barattiani”, che di Baratti sanno tutto , dovrebbero esserne attori nella costruzione del sistema, prima ancora che utenti».
Colture Doc. «Da un confronto con geologi, geomorfologi, agronomi, scienziati della comunicazione e del turismo – ricorda Cambi – l’idea di ripristinare nel golfo le colture ortive di pregio in chiave di filiera corta. Bisognerebbe superare le perplessità – invita Cambi – Una produzione agricola locale rappresenterebbe un valore aggiunto e potrebbe interessare i ristoratori della zona. Oltre una stabilità maggiore ai suoli del golfo e, entro certi limiti, darebbe ai fossi che scorrono verso il mare materiali detritici utili al ripascimento naturale della spiaggia».
Tante storie. «Il golfo è la risultante di una stratificazione di storie. Uno dei racconti è quello che riguarda l’acqua, anzi le acque: dolci, salate, salmastre, piovane, portatrici di vita, pericolose. Molte delle storie del golfo – conferma Cambi – hanno preso a crescere dalla sorgente di San Cerbone. La popolazione locale sa che il centro (e il cuore) del golfo è il Podere Casone, una delle emergenze architettoniche più visibili che segna il punto di contatto fra il mare del golfo e i bacini di acque dell’entroterra, in cui si ricoveravano le navi, i neosoikoi di Strabone. Un canale – sottolinea – non molto profondo e non molto largo consentiva di entrare e di uscire da uno o più bacini interni. Uno di questi doveva trovarsi in prossimità dell’attuale parcheggio del parco archeologico di Baratti. Il relitto del bacino coincide ad oggi con un’area umida coperta da canneti, che conserva una forma perfettamente quadrangolare. Il canale si è invece, nel tempo, trasformato nell’attuale fosso Valgranita. Quando piove forte oppure il mare si agita molto, il fosso riapre la sua foce verso mare e, con lui, l’antico canale. Ripristinando sia il bacino interno sia il canale? Attrattiva formidabile anche dal punto di vista turistico, paragonabile al celebre kothon dell'isola di Mozia, in Sicilia».
Sorgente. «L’originaria sorgente – dice ancora Cambi – doveva trovarsi fra il bacino interno e la pineta del Centro Velico... azzardata congettura. In prossimità di un luogo centrale come il Casone e dell’accesso a una bacino portuale interno ci sta benissimo. La sorgente contribuisce a costruire le geografie e i paesaggi passati del golfo di Baratti e ne attraversa la storia, dalle origini lontane all’arrivo del santo e oltre, fino ad oggi. Credo che il golfo di Baratti offra una splendida opportunità, fra le molte. Quella di raccontare storie straordinarie svoltesi in un luogo straordinario: il sito di una città tanto antica nelle origini quanto anomala per formazione. Baratti è archeologia – prosegue – e l’archeologia è strutturale nella storia del golfo, tanto da rendere incomprensibili l’uno senza l’altra. Populonia e il suo territorio hanno un ruolo importante nell’archeologia recente, per vari motivi, non ultima la formazione accademica e tecnico-scientifica di molti giovani archeologi. Per questo penso che le ricerche sin qui svolte negli ultimi decenni dalle diverse istituzioni, con scopi diversi, siano particolarmente utili, a partire dai meritori scavi di emergenza intrapresi dalla Soprintendenza e da Andrea Camilli in questo terribile autunno-inverno».
Archeologia diffusa. «Qui anche a battesimo la tutela e la ricerca fattesi comunicazione, partecipazione, racconto condiviso scritto a più a mani, anche con il contributo della comunità locale. Credo che ora debba aprirsi per Baratti una fase nuova. E' tempo di lasciarsi alle spalle le polemiche, di superare le poche divergenze che separano e di tornare a unire in un nuovo pool le molte convergenze in comune, in un nuovo e grande progetto, scritto nel segno di una consolidata coerenza culturale e sotto la guida della nuova e giovane presidenza del Parco» conclude Franco Cambi.
[[atex:gelocal:il-tirreno:piombino:cronaca:1.13204984:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.13204984:1652176056/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
Le spiagge perfette ma non vere.
Sulla situazione della Costa Est un intervento dell'ex responsabile Wwf Val di Cornia Paolo Maria Politi.
Ogni anno, di questi tempi, si alzano gli scudi per portare all’attenzione il problema delle spiagge della Costa Est che tendono ad arretrare. Progetti, studi, cui seguono finanziamenti pubblici, si concentrano su interventi diretti sulla linea di costa: pennelli, ripascimenti artificiali, scogliere soffolte o emerse, sacconi riempiti di sabbia, sono le soluzioni spesso adottate. I balneari che hanno in concessione tratti di arenile protestano perché la spiaggia da cui traggono il loro reddito si sta assottigliando sempre di più. Nel leggere l’articolo di Francesca Lenzi, troviamo proprio lì , con le immagini e le parole, le risposte alla perenne questione del perché la spiaggia continui ad arretrare. Come dice Fabrizio Lotti il golfo di Follonica è un unico, chiamiamolo, “eco-sistema”. La sabbia che ripasce le spiagge di Follonica non è lì grazie agli interventi fatti dai grossetani, ma perché grandi volumi di materiale litico, molto spesso quello di bassa granulometria, vengono trasportati da ovest ad est. Le cause? Reputo che il fenomeno, da quando si è manifestato in maniera eclatante, sia da attribuire al prolungamento della diga foranea del porto di Piombino che ha modificato le correnti meteo-marine creando, soprattutto con i venti dei quadranti meridionali, effetti non governabili sulla conservazione della linea di costa sabbiosa. A questo fenomeno, e non me ne voglia l'amico Lotti, bisogna sommare l’azione di ripulitura e vagliatura meccanica delle spiagge in concessione (e non) effettuata con mezzi pesanti che portano sì ad avere una spiaggia in stile Riccione, ma che determina una frammentazione ulteriore del granello di sabbia portato poi ad essere trasportato più agevolmente altrove con la prima robusta ventolata. Si ottiene una spiaggia accattivante, per i vacanzieri, ma estranea ad un sistema in continua evoluzione naturale. Sarebbero poi da benedire, anziché bandire, i materassi ghiaiosi che si formano sulla linea di battigia: primi responsabili della formazione delle spiagge future. Così come le “banquettes” di Posidonia, chiamate ancora “alghe”, formidabili baluardi a contrasto dell'erosione costiera. Ma il concetto è sempre questo; chi esercita una qualsiasi attività commerciale non pensa, se non raramente, al lungo periodo. I risultati si vogliono subito. Chi ha la fortuna di operare in un contesto naturale dovrebbe poi avere la pazienza di adeguarsi ai tempi che quel luogo richiede per raggiungere uno stadio di conservazione armonico, con le sue fluttuazioni, ma pur sempre dettati da meccanismi naturali di auto mantenimento. Le spiagge tirate a lucido non sono belle. Pulizia manuale dai rifiuti spiaggiati, eliminazione dei trattori che demoliscono la spiaggia, attività continua di riposizionamento del legname spiaggiato a tutela della prima duna: queste sono le azioni fondamentali per sperare di rivedere rifiorire le spiagge. E questi sono i principi che ressero il corso provinciale di formazione per operatori alla gestione alla fascia costiera che condussi nel 2007 a Bibbona a cui parteciparono anche molti degli attuali operatori balneari della Costa est, oltre che della Parchi. E' nell'adozione di scelte gestionali forse difficili da far comprendere al fruitore della spiaggia, attrezzata e non, la capacità di leggere e di sostenere il futuro sostenibile degli arenili.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
