Lutto
Parco minerario e Svamar si fondono
Approvate in consiglio le linee di indirizzo per l’accorpamento delle due partecipate di Rio Marina
RIO MARINA. Si fonderanno le due partecipate del Comune, il Parco minerario e mineralogico e la Svamar che gestisce i porti di Rio Marina e Cavo. Due società "in house", ovvero a capitale pubblico, che si occupano di servizi per conto dell'ente locale. Intanto la giunta retta da Renzo Galli ha approvato a maggioranza (lo minoranza invece ha preferito astenersi) le linee d'indirizzo per la fusione e l’incorporazione dei due soggetti. L'ha fatto sostanzialmente per motivi di risparmio, ma anche allineandosi con i criteri generali cui si è ispirato il legislatore quando parlava del «processo di razionalizzazione» delle società partecipate che non sono ritenute indispensabili al perseguimento delle finalità istituzionali.
«Stando infatti alla legge – rivela il vicesindaco Giovanni Muti – le partecipate in tutto il nostro Paese dovrebbero passare dalle attuali otto mila a mille. In previsione del timore che anche le nostre vengano cassate, abbiamo intanto mosso questo primo passo di fusione delle due». La Svamar, secondo il contratto di servizio siglato con il Comune di Rio Marina, si occupa dei porti turistici di Rio Marina e di Cavo. In particolar modo assicura gli approdi all'utenza cittadina e turistica. Per il porto di Rio Marina invece opera come affidataria 'in house' della concessione conferita all’ex Comune minerario dall’Autorità portuale di Piombino. Il Parco minerario invece ha il ruolo di "tramandare" la cultura e gli archivi storici del periodo minerario elbano, gestendo nel museo del parco i reperti di tale epoca. Oltre a questo, assicura per conto del Comune di Rio Marina il servizio di guardiania e di piccola manutenzione delle aree minerarie di proprietà del Demanio, dal quale, sempre attraverso il Comune di Rio Marina, riceve un corrispettivo pattuito fino a settembre 2015.
E il primo effetto per le due partecipate sarà l'aumento (per altro assai sostanzioso) del capitale sociale. Si partirà infatti dagli attuali 10 mila euro ai 410 mila euro, stimati grazie conferimento di beni del socio totalitario costituiti dall'ex laveria demaniale. Ma anche lo stesso statuto societario cambierà. Innanzitutto con l'esclusione di soci privati, poi un Cda di tre membri o da un amministratore unico con la previsione dell'eventuale nomina da parte del Cda di un direttore generale.
Luigi Cignoni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
