Il Tirreno

CARO BIMBO SEI SIMPATICO MA TI MANCA IR RANCORE

di CLAUDIO MARMUGI

di CLAUDIO MARMUGI «Dé, ma lui lì che canta 'non è mia mi' amio'… non è mia di Livorno». A Livorno, ci si potrebbe fare un altro rap, in risposta a quello di Emanuele Bassi, principalmente perché in...

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di CLAUDIO MARMUGI

«Dé, ma lui lì che canta 'non è mia mi' amio'… non è mia di Livorno». A Livorno, ci si potrebbe fare un altro rap, in risposta a quello di Emanuele Bassi, principalmente perché in quello slang toscano così marcato e... di 'ampagna, il livornese vero non ci si riconosce. «Se lui è di Livorno, 'nsomma, io ho 'nventato ir ponce», questo un po' ir nostro pensiero. Il livornese guarda ir video der piombinese Emanuele Bassi come 'no scippo. È come se ciavesse rubato i marchi DOC, DOCG e DOP tutti 'nsieme. S'è appropriato d'un'identità che non è la sua e si sente. Tanto per comincià, noi non si direbbero alcune cose - non si parla così proprio. Primo, il livornese non è «un dialetto» come dice lui: è un vernacolo (non parliamo una “lingua a parte” come il napoletano, il sardo o il milanese, che son dialetti con le loro regole grammaticali complesse - ma una storpiatura dell'italiano). Secondo: noi la “c” si elide (sparisce completamente), lui la aspira (a un certo punto dice: “bria’ha”). Terzo: “O Nini, se' proprio tordo, t'ha' proprio una bella botta” ci fa rigirà Beppe Orlandi (pace all'anima sua) nella tomba, perché quella non è roba nostra.

È palese che dalle su’ parti la provincia di Pisa e di Grossetto incombono, sono a du’ passi e lo tengono in una morsa. Der resto, se scriveva “rap in piombinese” non buàva il web come l'ha buàto (è anche vero, però, che i piombinesi si sentono livornesi anche più de’ livornesi stessi, in certi casi). Chiunque sia Emanuele Bassi, ’nsomma, non è di vì, cioè di Livorno: un livornese lo riconosce. È come quando nel film “Sapore di mare” dei Vanzina (1982) arriva uno che parla maldestramente fiorentino e nello stupore generale (dei livornesi, soprattutto) esclama: «Io la son di Livorno». I toscani nei film (e ora anche nelle canzoni) li fanno parlà tutti in maniera omologata, un misto di pisano/fiorentino per far contenti tutti i non toscani, ma in realtà qui si possono riconoscere le sfumature tra città e città, paese e paese, campanile e campanile - è una nostra innata ricchezza. Io addirittura distinguo quelli der quinto piano da quelli der primo.

E poi a Emanuele manca una cosa: la cattiveria livornese. Un livornese, tanto per comincià, avrebbe scritto un rap contro Pisa, non avrebbe preso “un monolocale a Cisanello ar posto der castello” (cit.). Ner rap di “Ellebì” (non risco a capì se dice Ellebì o quarcos’artro) manca ir rancore che il livornese cià sempre dentro, per qualsiasi cosa. Questa però, forse, alla fine, è stata la su’ arma vincente: faccina pulita e simpatica, parlata buffa: ir pubblico l’ha premiato.

La cosa più grave, alla fine, è che non c'è nemmeno un “budello di tu' mà” che faceva la sua fragorosa comparsa perfino ner capolavoro “Mare matto” (1962, di Renato Castellani) con Jean Paul Belmondò (si noti l’accento), quando veniva chiesto al palombaro che durante un'immersione aveva rischiato la vita: «Babbo, dite, dite: cosa avete visto questa mattina? Cosa c'è in fondo al mare?» e il babbo rispondeva mesto: «C'è ir budello di tu' mà». Quella si che era mùsia per i nostri orecchi.

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