Lutto
Il monsignore rivuole Villa Vittoria
«Non ho neanche finito di pagarla». Chiesti il dissequestro dell’immobile e la revoca degli arresti domiciliari
PIOMBINO. Il suo avvocato Fausto Maria Amato ha chiesto la revoca degli arresti domiciliari e il dissequestro dei beni. Lui intanto, don Patrizio Benvenuti, si proclama innocente e scarica tutta la responsabilità sul suo ex socio Christian Ventisette, tuttora ricercato, e magari anche sul barone Jean Christhophe Dormer de Fierlant, uno degli altri indagati.
Trama, nomi e titoli dei protagonisti sembrano tratti da un romanzo di Dan Brown, eppure è tutto vero. Don Patrizio da mercoledì è ai domiciliari in una delle case di cui aveva la disponibilità, a Chiavari. E’ lì che i finanzieri, su ordine del Gip di Bolzano, lo hanno arrestato per associazione a delinquere, truffa e riciclaggio. Il prelato nato a Buenos Aires 64 anni fa ma originario della Val di Cornia (padre sanvincenzino, madre campigliese) è accusato di aver messo in piedi una truffa da 30 milioni ai danni di 300 persone, prevalentemente anziane e residenti all’estero.
L’istanza di revoca è stata presentata a Bolzano, da dove cioè è partita l’inchiesta innescata dalle rivelazioni di suor Donata, al secolo Agnese Colz. L’ex puerpera del monsignore ora risiede in Alto Adige. E la cui abitazione risulta essere la sede della fondazione Kepha, presieduta appunto dall’alto prelato, cui fanno riferimento numerosi beni immobili di cui il legale di Benvenuti chiede il dissequestro: il sito in Sicilia nel Centro archeologico museale di Triscina di Selinunte, del valore di circa 850mila euro; l’immobile di Poggio Catino (Rieti) del valore di 530mila euro; altri immobili e terreni a Poppi (Arezzo) per 670mila euro. E soprattutto Villa Vittoria, la villa storica di Piombino, il pezzo più pregiato della fondazione Kepha. La villa è stimata sugli 8 milioni di euro. Non si sa quanto fu pagata nel gennaio 2009, quando la fondazione di don Benvenuti la acquistò da Luigi Lucchini. Si mormora una cifra intorno ai quattro milioni, ma lo stesso don Benvenuti ha sempre glissato. Quella villa dove soggiornarono Leonardo da Vinci e la sorella di Napoleone, poi diventata residenza dei boss della siderurgia e infine casa e quartier generale del monsignore, doveva trasformarsi in una specie di centro culturale e musicale. Dopo qualche lezione dell’Accademia di Katia Ricciarelli, la villa sprofondò nell’oblio. Nascosta in tutti i sensi. Tornò in cronaca un anno fa, quando la fondazione la mise in vendita, ancora una volta per un prezzo mai definito (dai 4 ai 10 milioni). Perché all’improvviso mancarono i soldi per le attività alle quali era destinata. Così disse don Benvenuti.
A quanto pare, non è stata neanche pagata del tutto. Lo si evince dalle 13 pagine inviate ad alcuni giornali dallo stesso monsignore, anche se formalmente attraverso un fantomatico “Comitato di sostegno internazionale a don Patrizio Benvenuti”.
«Non sono neanche mai riuscito ad ottenere quanto mi stava a cuore - scrive il monsignore - pagare i mutui di Piombino e del Centro archeologico museale, togliermi dalle spalle il prestito chirografario di 200mila euro acceso per completare l’acquisto di Piombino, togliere le ipoteche sulla proprietà di mia sorella».
Un milione è quanto il monsignore dice di aver messo personalmente nell’acquisto di quella villa. Un milione di famiglia. Famiglia benestante, la sua. Emigrata in Argentina, dove il padre di don Patrizio fece fortuna con i Rocca, stirpe di industriali tuttora legati a Tenaris. Poi rientrata in Italia alla fine degli anni Cinquanta. Fu allora, ai tempi del liceo, che don Patrizio decise di farsi prete. Il suo mentore fu quel cardinale Giuseppe Siri più volte indicato per il soglio pontificio.
La carriera in Vaticano, le relazioni ad altissimi livelli. Eppure, stando alle dichiarazioni di don Patrizio, già all’epoca dell'acquisto di Villa Vittoria la Kepha non aveva tutta quella liquidità. I magistrati altoatesini sono invece convinti che intorno a quella fondazione girassero molti soldi grazie a una rete di società, onlus, trust e fondazioni ramificata in Francia, Belgio, Svizzera, Lussemburgo, Stati Uniti. Tutte facenti capo al monsignore e al suo braccio destro, Ventisette, 54 anni, l’affarista originario della Corsica ora inseguito da un mandato di cattura internazionale.
Ma il monsignore sostiene che «dei 250 investitori della Kepha invest, quelli che conosco si contano sulle dita della mano»; ribadisce che «mai ho indotto alcuno a versare ingenti capitali e mai ho promesso profitti; smentisce «che molti investitori tra il 2013 e il 2014 mi avrebbero contattato per la restituzione delle somme versate. Non molti, ma pochissimi, tre o quattro al massimo. Vi rammento che già nel settembre del 2013 capimmo, Pandolfi e io (Pandolfo Pandolfi, altro indagato, ndr) di essere stati raggirati e traditi e per questo iniziai ad adire vie legali».
Benvenuti nega di aver impartito direttive: «Salvo rarissimi casi in cui chiedevo (dunque non disponevo) per email sostegno per la fondazione attingendo ai profitti che mi si affermava essere prodotti dagli investimenti. Ho assecondato quelle del Ventisette perché avevo totale stima e fiducia di lui. Stima e fiducia che si era conquistato negli anni facendo arrivare aiuti e provvidenze alla fondazione».
Non solo. In un’intervista pubblicata dalla Stampa, il monsignore getta sospetti anche sul gestore della branca finanziaria della fondazione, il barone Dormer de Fierlant: «Nell’ordine di arresto si ricorda che ha prelevato un milione di euro in contanti. E guardi che lì siamo vicini al trono del Lussemburgo».
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