Il Tirreno

Il profugo Ibrahim e quella borsa trovata rovistando tra i cassonetti

di Alessandro De Gregorio
Ibrahim e gli altri senegalesi alloggiati a Franciana
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Ibrahim e gli altri senegalesi alloggiati a Franciana

Un’ora prima la proprietaria era stata derubata alla Coop dopo aver ritirato in banca 1.500 euro. Lui ha sentito suonare il cellulare tra la spazzatura e ha permesso di recuperare almeno tutto il resto

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PIOMBINO. Martedì borseggiano mia suocera. Era andata in banca a prendere i risparmi, 1.500 euro, da regalare al nipote che ha appena comprato casa. Dalla banca alla Coop lì di fronte, a Salivoli, un attimo di distrazione e via la borsa. Sui social, casi come questo sono il pane per chi si ciba di paure e luoghi comuni contro gli extracomunitari. Lì di fronte, alla Coop, ce ne sono parecchi. Senegalesi soprattutto. Ci sono anche rom.

Ma rom e “negri” danno nell’occhio e per tutta una serie di motivi sono convinto che mia suocera sia stata derubata da italiani. Italianissimi. Forse da autoctoni. E non è la prima vittima, in quel reparto di verdure dove non ci sono telecamere. Nella borsa dunque c’era il malloppo. Ma c’erano anche il cellulare, il portafoglio con altri 50 euro, i documenti, la tessera della Coop, il blocchetto degli assegni, gli occhiali da vista, le chiavi di casa, le foto di famiglia, oggettini, ricordi dei nipotini, caramelle alla menta. Tutto sparito insieme ai soldi.

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A parte i soldi, tutto è stato ritrovato grazie a un senegalese, Ibrahim. Un ragazzo che da tre mesi è in Italia. Ibrahim alloggia insieme ad altri richiedenti asilo in una ex scuola, a Franciana, periferia di Piombino.
Mia suocera viene borseggiata alle 10,30. Ibrahim un’ora dopo sta rovistando in un cassonetto, nella strada sottostante. Sì, Ibrahim è uno di quelli che, non avendo niente se non i propri vestiti, ogni tanto guarda nei cassonetti per vedere se c’è qualcosa di utile. Alle 11,30 sente squillare un cellulare. E’ in una borsa, in mezzo alla spazzatura. Lo estrae, risponde. Il cellulare è di mia suocera e a chiamare è la figlia, che ha appena saputo del furto. Ibrahim non parla mezza parola di italiano, farfuglia qualcosa ma è tutto inutile. Dice solo «io senegalese». Risponde «sì» a domande che non comprende. Forse si spaventa anche un po’. Però prende il cellulare, prende anche la carta d’identità, si mette tutto in tasca. Lascia la borsa e se ne torna con gli altri connazionali alla ex scuola dove alloggia. Ma non demorde. Scorre la rubrica e comincia a telefonare. E così chiama mio cognato e mio suocero. Un amico che due o tre parole di italiano le mastica fornisce l’indirizzo della loro abitazione.

E’ sera, esco dalla redazione e vengo a sapere di questa cosa. Accompagno mio suocero a Franciana. C’è un odore nauseabondo intorno a quella ex scuola, mi chiedo come facciano a sopportarlo. E mi rispondo subito: per questi ragazzi lontani dalle loro famiglie e senza niente, il puzzo è il problema minore. Chiediamo di questo giovane che ha trovato una borsa.

Lo vanno a chiamare, arriva Ibrahim. E’ lungo e secco come me, avrà poco più di vent’anni. Consegna il cellulare e la carta d’identità. Parliamo in inglese, un inglese parecchio maccheronico (per colpa mia). Si offre di indicarci il cassonetto dove ha trovato la borsa. Si infila un giacchetto sdrucito e una papalina, viene in macchina con noi.
Arriviamo alla fila dei cassonetti. Ibrahim indica quello giusto. Mio suocero tiene la luce, noi cominciamo a svuotarlo. Quando è mezzo vuoto, Ibrahim ci salta dentro come un gatto. Io da fuori afferro bracciate di carta e spazzatura, metto tutto a terra e setaccio. Lui fa lo stesso dentro quel cassonetto.

Siamo come topi, o gabbiani. Penso che se passa una pattuglia tocca spiegare tutto. Vabbè, chi se ne frega.
La prima a spuntare fuori è la borsa. Ovviamente, è sventrata. Poi, uno alla volta, ecco tutti gli oggetti. Il portafogli, le chiavi, gli occhiali, le foto, il libretto degli assegni, una rubrica, la tessera della Coop, un braccialettino, una sorpresina Kinder, tutto. Tranne i soldi, naturalmente.
Mio suocero invita Ibrahim a venire fuori. Ma lui esce soltanto dopo aver setacciato per tre volte la stessa spazzatura. Rimettiamo i rifiuti dentro il cassonetto. Ci scuotiamo un po’ gli abiti e le mani.
Mio suocero ha trenta euro in tasca. Li dà a quel ragazzo. Lo riaccompagniamo a Franciana. Lo ringraziamo. Ci salutiamo.
 

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