Il Tirreno

La paura c’è, ma nessuno abbandonerà il Burkina

di Cecilia Cecchi
La paura c’è, ma nessuno abbandonerà il Burkina

Gli attentati, gli integralisti musulmani, un clima difficile, controlli e scorte Due delegazioni appena rientrate. Ma per saharawi e “casa Matteo” si va avanti

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PIOMBINO. Ancora attacchi mortali da integralisti musulmani di radice jhadista, stavolta in Burkina Faso. Ma i volontari appena rientrati, ai timori respirati in Africa, rispondono con l’amore e la passione che li faranno ripartire ancora. Due le delegazioni con piombinesi in missione di cooperazione umanitaria (rientrare martedì): una nel sud dell’Algeria, nei campi profughi saharawi. Nel gruppo Manola Mambrini, presidente dell’associazione “Gdein Izik” insieme adun’altra volontaria italiana, la sorella Nina, coadiuvate dall’accompagnatore saharawi Kalilil Seddiki.

La seconda, più a nord, con Walter Ulivieri del “progetto Matteo”.

Per Manola Mambrini: «Negli aeroporti un clima diverso – racconta – Attenzione massima. Tant’è che sono stata sottoposta a controlli che non mi erano mai capitati. Ad Algeri, durante il cambio dell’aereo per Roma sono stata fermata e portata al posto di polizia. Volevano avere spiegazioni su quello che trasportavo nel bagaglio in stiva... Le donne della scuola nei campi profughi mi avevano dato delle medaglie artigianali d’argilla destinate a dei volontari emiliani... niente di metallico. 20 kg di materiale che ho dovuto spiegare un po’ in francese e un po’ in arabo, ma avevo la bolla d’accompagnamento. Ho pure dichiarato che, se necessario, le avrei lasciate e mi hanno dato l’ok per partire». Evidente che la situazione è difficile. «Ai campi sembrava una cosa buffa – aggiunge Manola – Scorta armata fino a dove vai a dormire, poi, per 15 giorni, massima libertà di girare tra le tendopoli di Tindouf senza scorta ma solo con la macchina del protocollo. Prima ci si muoveva con ogni tipo di mezzo. Ora controlli e presidi militari. Controlli pure all’arrivo a Roma. L’esilio dei Saharawi? Certo non possiamo lasciarli soli».

Pure Walter Ulivieri è rintrato insieme a Lia Burgalassi (sanitaria all’ospedale di Cecina ed ex assessore al sociale) martedì scorso. Anche quest’anno, dal 2003, a Gorom-Gorom per “il progetto Matteo” (scomparso a 17 anni, i genitori hanno scelto di ricordarlo assicurando la crescita di bambini nel Burkina, col sostegno di Unicoop e del Movimento Shalom ndr). «Siamo tornati –– conferma Ulivieri – tre giorni prima della delegazione di Shalom, bloccata per gli attentati. A nord, nelle zone più a rischio molti posti di blocco e sempre la scorta. Massima attenzione soprattutto dopo il recente rapimento di due medici australiani. Cresce la preoccupazione del pericolo corso dagli occidentali e i rapimenti hanno un valore fortissimo. Pure se qui l’influenza jhadista è grande “a casa Matteo” i bambini vivono in tranquillità, nonostante i problemi del paese. Siamo ripartiti con una felicità estrema. Terribile quanto accaduto al “Caffe cappuccino” di Ouagadougou, di fronte agli uffici della Royal Air Maroc, è un po’ il punto di riferimento degli occidentali, solo qui il caffè all’italiana fatto bene. Abbiamo salutato il proprietario solo pochi giorni fa... dopo aver vissuto questi 10 giorni di lavoro in modo sereno, non ci aspettavamo quello che è successo. La percezione? Il popolo reagirà in modo maturo, con l’aiuto di tutti, ce la faranno a superare pure questo momento terribile. Burkina Faso vuol dire persone integre ed è così che sono. Chi fa cooperazione non deve mollare, vorrebbe dire perdere questa parte d’Africa. Io tornerò, è la mia seconda casa».

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