Attenzione
Ma il caso Piombino non è ancora chiuso
IL COMMENTO - Il porto attende di essere completato e servono investimenti. Il nodo della strada 398: se il suo futuro resta legato alla Tirrenica il rischio è di dover attendere ancora per anni
PIOMBINO. Se lo sciopero e la manifestazione di oggi avranno un merito, sarà quello di riportare all’attenzione nazionale il “caso Piombino”. Perché è netta la sensazione che, fuori dalla Val di Cornia, si consideri la vicenda come felicemente conclusa con la firma dell’Accordo di programma e l’acquisto di Lucchini da parte di Cevital.
E invece non è affatto così, con la macchina della ripresa ancora in folle e migliaia di senza lavoro, a rappresentare il rischio che la tensione sociale diventi prima o poi un problema con cui fare i conti. Se l’attenzione generale è concentrata quasi esclusivamente su Aferpi, e sulle sue difficoltà a realizzare il proprio piano industriale, occorrere riflettere sul fatto che non tutto passa dalla volontà e dalle capacità del gruppo algerino.
Quello che è stato raccontato con enfasi come il “Modello Piombino”, cioè un sistema di reindustrializzazione fondato su più elementi, sull’ambientalizzazione delle produzioni e sulla condivisione del processo di riconversione tra sindacati e istituzioni, sta innegabilmente marciando al rallentatore. Non solo per problemi burocratici (basti citare sulle bonifiche il ritardo dell’indispensabile convenzione tra Regione e Invitalia) e per le lentezze i e le indecisioni di Aferpi, ma anche perché per ripartire mancano pezzi importanti di quel disegno complessivo, che ha senso solo con tutte le tessere al proprio posto. Il porto ad esempio: i 120 milioni – denaro pubblico – investiti sulle nostre banchine non sono bastati a completarlo, e non dovrebbe essere una sorpresa. Così l’interesse mostrato da varie aziende e poi da General Electric quasi un anno fa (riconfermato ieri a Firenze), per un insediamento sul porto dedicato all’assemblaggio di moduli industriali, rischia di sfumare.
A spanne, servono una cinquantina di milioni per finire il banchinamento, ma chi (e quando) ci metterà i soldi è un mistero. E poi le infrastrutture, con la 398 che continua a essere un nervo scoperto. Periodicamente il Governo o la Regione annunciano che una soluzione è vicina, a portata di mano. Non risulta invece che, come qualcuno aveva immaginato, il progetto con i suoi costi (50 milioni per arrivare al Gagno, forse un po’ meno di questa cifra per raggiungere il porto) sia nella Legge di stabilità.
E allora? La Regione insiste a legare il completamento della 398 alla Tirrenica ma, se così sarà, bisognerà rassegnarsi ad attendere ancora anni e anni. Allora Governo e Regione devono capire che Piombino non è un caso chiuso, e che gli impegni vanno rispettati: altrimenti reindustrializzazione e “Modello Piombino” saranno parole vuote.
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