Il Tirreno

«Diteci come è morto nostro padre»

di Luca Centini
«Diteci come è morto nostro padre»

L’appello dei figli di Roberto Arnaldi, deceduto 10 mesi fa dopo un intervento chirurgico nell’ospedale di Portoferraio

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PORTOFERRAIO. «Mio babbo è entrato in ospedale con le sue gambe e ne è uscito morto. Sono passati dieci mesi e ancora non sappiamo cosa è accaduto. Qualcuno ci spieghi perché è morto».

Roberta Arnaldi parla a nome della famiglia. Non ha accettato la morte del padre Roberto, che se n’è andato via all’improvviso a 71 anni lasciando dietro di sé tanti, troppi punti interrogativi. Ricoverato nel reparto di chirurgia dell’ospedale di Portoferraio per «una banale occlusione intestinale», spiegano i figli di Roberto Arnaldi, è morto in seguito alle complicazioni dopo un intervento chirurgico.

La famiglia Arnaldi ha presentato una denuncia formale ai carabinieri il giorno successivo alla morte dell’uomo, quindi - nei mesi scorsi - ha presentato un nuovo e più circostanziato esposto.

A pochi giorni dalla tragedia è stata compiuta un’autopsia sul corpo di Arnaldi, alla quale hanno assistito i consulenti per conto di Asl, dei tre medici del reparto di chirurgia coinvolti nella vicenda e della famiglia Arnaldi. «Da allora sono passati dieci mesi, non abbiamo più avuto alcuna notizia – spiegano i familiari di Roberto Arnaldi – il tempo non lenirà il nostro dolore, nè la nostra determinazione per venire a conoscenza della verità in termini di diagnosi e prestazioni eseguite, in attesa di un intervento chiarificatore».

La vicenda viene ricostruita dalla famiglia Arnaldi in una lettera inviata al sindaco di Portoferraio Mario Ferrari, al presidente della Regione Enrico Rossi, all’assessore regionale alla sanità Stefania Saccardi e al vice commissario dell’azienda Usl 6 Eugenio Porfido. «Roberto Arnaldi – si legge nella lettera aperta della famiglia – è stato ricoverato nel reparto chirurgico per una banale occlusione intestinale e portato in sala operatoria per un intervento di 30 minuti, come ci disse il medico di turno». In realtà, scrivono i familiari di Arnaldi, l’intervento chirurgico è durato sette ore ed è «stato eseguito da tre chirurghi, di cui uno chiamato dalla propria casa dopo alcune ore durante le quali nostro padre era in sala operatoria. Ci venne riferito che erano stati asportato 1,80 metri di intestino e fummo rassicurati circa l’esito dell’intervento e ci venne chiesto di procurarci una pancera per alzarlo dal letto dopo qualche giorno».

In realtà, secondo la ricostruzione della famiglia, le condizioni di Roberto Arnaldi sono peggiorate sensibilmente durante la notte. «La mattina seguente – raccontano i figli di Arnaldi – dalla ferita chirurgica cominciò a fuoriuscire un liquame nerastro che solo in seguito ci fu comunicato essere materiale fecale. Nostro padre fu intubato e trasferito in elicottero a Piombino dove i medici, constatata la gravità del paziente, lo hanno operato nuovamente. Ma purtroppo ci è stato detto che non era stato possibile risolvere il problema e che nostro padre non avrebbe superato la notte – scrivono i familiari di Roberto Arnaldi – perché il cosiddetto blocco intestinale era legato ad una occlusione arteriosa che aveva provocato la morte di una estesa parte dell’intestino e comunque che l’autopsia sarebbe servita per dirimere ogni dubbio. Nostro padre è morto dopo poche ore dal secondo intervento che abbiamo saputo essere solo una esplorazione a fini diagnostici».

A distanza di dieci mesi dalla morte di Roberto Arnaldi e dall’esecuzione dell’autopsia, la famiglia non ha ancora saputo i motivi del decesso.

Interpellata sull’argomento l’azienda Usl 6 di Livorno fa sapere che, essendoci ancora delle indagini in corso, preferisce non rilasciare dichiarazioni nel merito, pur facendo sapere come «fin dall’inizio – spiegano dall’azienda livornese – l’azienda si è resa immediatamente e pienamente disponibile nei confronti dell’autorità giudiziaria per fare luce su quanto accaduto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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