La manifestazione
«Io stavo morendo e quello mi derubava»
Manuel Benvenuti, sopravvissuto al terribile incidente di luglio, lancia una gravissima accusa verso un «falso medico»
PIOMBINO. «Io stavo morendo e quello mi derubava». Usa un tono di voce morbido, pacato, privo di rancore. Eppure sono parole di piombo, è un’accusa infamante quella lanciata da Manuel Benvenuti, 27 anni, il barista che nella notte tra il 16 e il 17 luglio ha visto la morte in faccia sfracellandosi con la sua auto contro un albero e un palo a Baratti, mentre rientrava dal lavoro.
Dopo aver girato più di un ospedale, ora Manuel è a casa sua, immobilizzato nel proprio letto, con una quantità impressionante di fratture nelle ossa a cominciare dal bacino e dalle vertebre.
Ha rischiato di morire, è stato in coma, per dieci lunghi giorni in pericolo di vita. Aveva gli organi compromessi, continui versamenti ovunque, l’incubo dei polmoni perforati. I soccorritori quella notte lo avevano portato direttamente all’ospedale di Pisa perché, confida lui stesso, «io l’ho saputo dopo ma c’è un protocollo con Milano per l’espianto degli organi e quella notte dovevo morire, o almeno così si pensava. Diciamo che mi davano abbastanza per spacciato».
Manuel lo dice sorridendo come se non parlasse di sé, ci infila anche qualche battuta delle sue perché quello è un istinto al quale non può proprio resistere. Come è tornato a casa, ha cominciato a spippolare su Facebook ricominciando da dove aveva lasciato.
Manuel è un ragazzo pieno di energia e di ironia. Ed è un sopravvissuto. Gli oppiacei gli consentono di sopportare meglio il dolore, ha di fronte a sé un lungo periodo di convalescenza, tanti giorni di immobilità.
Il suo orizzonte si rinnova di ventiquattr’ore in ventiquattro, non fa programmi a lunga scadenza: se andrà bene, un domani potrà cominciare la riabilitazione senza più appoggiarsi alla morfina. Quando sarà questo domani, non si sa.
E’ vivo, e al momento gli basta. E al momento basta anche ai suoi genitori, Steve ed Enrica. Tutti e tre buddisti, combattono questa dura battaglia con una serenità e una forza invidiabili.
E ora, a un mese e mezzo dall’incidente, superata la fase dell’emergenza e della grande paura, è venuta fuori anche questa storia.
«Fino a oggi abbiamo pensato solo e soltanto alla vita di nostro figlio», dice Steve. Tirato un sospiro di sollievo, l’uomo è andato dai carabinieri a raccontare un retroscena inquietante. Enrica, la madre di Manuel, ha scritto qualcosa sulla propria bacheca Facebook.
Il retroscena ce lo spiega meglio Manuel. «Quella notte - dice il giovane - qualcuno è intervenuto prima di tutti. Prima delle ambulanze, prima di polizia e carabinieri, prima dei miei amici che rientravano dal locale. Quel qualcuno deve essere passato subito dopo il mio incidente, oppure magari vi ha assistito. Non lo so. Io mi ricordo poco, pochissimo, soltanto qualche flash. Tante cose le ho ricostruite dopo, un po’ con i miei amici e un po’ con la memoria. Questa persona, dicevo, mi ha estratto dalla macchina e mi ha messo a sedere sulla strada. Incautamente, tra l’altro. Mi ha appoggiato con la schiena a una ruota. Poi mi ha sfilato dal collo la collana d’oro, che era un ricordo di mio nonno morto alcuni mesi fa. E mi ha frugato nelle tasche. Avevo con me l’incasso della serata, qualche centinaio di euro. Spariti anche quelli».
«In quel momento - prosegue Manuel - sono arrivati a piedi altri ragazzi, tra cui alcuni amici, tutta gente che era nel locale dove lavoravo e che avevo appena chiuso. Hanno visto la macchina in quelle condizioni, hanno notato il tipo che era accucciato davanti a me. Lui a quel punto si è spacciato come medico. “Sono un dottore, sono un dottore! Ho già chiamato il 118”. In realtà non era un dottore e non aveva chiamato nessuno. I soccorsi sono stati richiesti proprio dai miei amici, da quei ragazzi giunti a piedi. Poi, nella confusione, lui si è dileguato».
Manuel mette insieme frammenti di memoria e racconti che poi gli sono stati fatti: «Sì, io qualcosa a tratti mi ricordo,poi però sono svenuto. E poi sono entrato in coma. Ma più tardi, molti giorni dopo, questa cosa mi è stata riferita. E allora con la mente mi sono sforzato di ricordare. C’è anche un ragazzo, un volontario di un’associazione di soccorso, che ne ha parlato con i miei amici. Questa cosa è venuta fuori. Così ora babbo è andato dai carabinieri e nei prossimi giorni formalizzeremo la denuncia».
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