Il Tirreno

Aree minerarie, il Demanio stacca la spina

di Luigi Cignoni
Aree minerarie, il Demanio stacca la spina

Stop ai finanziamenti da fine settembre, a rischio la manutenzione e i posti di lavoro. Galli non ci sta, sindacati dal prefetto

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RIO MARINA. Con settembre finiranno i finanziamenti da parte dello Stato per le aree minerarie dismesse. Da lì in poi a Rio Marina non arriverà più nessun contributo per la manutenzione ambientale e la guardianeria del territorio interessato.

Il 30 settembre saranno versati dallo Stato 190 mila euro. E saranno gli ultimi. A rischio sono gli operai e gli addetti al parco mineralogico (sono quattro), assegnati al controllo del territorio e alla manutenzione dello stesso, che dovrebbero essere messi in mobilità.

Da questo mese in poi il Comune di Rio Marina che è diventato il “padrone” del comprensorio minerario dovrà vedersela per conto proprio. «Un bel discorso questo – considera il primo cittadino di Rio Marina, Renzo Galli – il Demanio ha impiegato un anno e mezzo prima di rispondere alle nostre domande sul federalismo demaniale e lo Stato, e a sua volta impone all’ente locale di decidere il più velocemente possibile se accettare le proposte e rispedirle al mittente. E la soluzione definitiva sarebbe quella di mettere il tutto in vendita a privati».

Aree dismesse dall’attività estrattiva, dunque, offerte sul mercato privato. Ma non tutte, con esclusione del cosiddetto Villaggio Paese che è tenuto (senza un’apparente motivazione) in uno stato neutro.

Come si ricorderà l’Agenzia del Demanio ha trasferito, a titolo gratuito, al Comune di Rio Marina alcuni immobili e terreni dell’ex area mineraria. Tutto questo secondo quanto è previsto dal federalismo demaniale. Per scendere nei particolari, il Comune elbano è entrato in possesso della ex sede degli uffici di Fintecna, attualmente utilizzata dalla Pro Loco per la promozione turistica dell’isola; della chiesa parrocchiale di S. Barbara; dell’autorimessa, utilizzata dalla Confraternita della Misericordia per il ricovero delle ambulanze, e di alcuni terreni da destinare in parte a finalità pubblico sociali e in parte da valorizzare per migliorare la viabilità della zona.

Nella lista, come si vede, non c’è il Villaggio Paese. Ma non finisce qui lo stupore. Si prenda la volumetria degli stabili che insistono sulla spiaggia di Cala Seregola, un tempo vero cuore nevralgico delle miniere, perché qui avvenivano le operazione d’imbarco del minerale. Una norma del decreto spiega che gli immobili possono essere recuperati dall’attuale stato d’incuria in cui attualmente versano, purché non si cambi la destinazione d’uso e non ci sia carico antropico.

«Che significa questo – si domanda ancora Galli – che per vedere restaurati gli immobili sarò costretto a riaprire le miniere?». Ma a preoccupare maggiormente gli amministratori e i referenti del parco minerario sono gli operai e la loro sorte. «Nel mese di luglio – continua Renzo Galli – sono venuti in visita a Rio Marina l’assessore regionale e il presidente del parco dell’arcipelago toscano per rendersi conto di persona di come stavano le cose. Li ho portati al Puppaio, sito minerario che è stato recentemente recuperato con i soldi del Comune di Rio Marina, e agli impianti siderurgici di Cala Seregola. Aspetto di conoscere le conclusioni che hanno tratto dalla visita nel nostro comprensorio».

Intanto da registrare l’iniziativa dei sindacati dei dipendenti del parco minerario che hanno richiesto l’apertura di un tavolo di lavoro invitando rappresentanti del Demanio di Stato, il sindaco di Rio Marina, il viceprefetto e le organizzazioni sindacali.

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