Attenzione
«Noi arrestati, picchiati e sfuggiti a morte certa»
Alcuni profughi hanno portato la loro testimonianza alla Festa dell’Unità Poeta (Odissea): «Sono migranti forzati, non scappano per motivi economici»
VENTURINA. Il dolore e la speranza degli sbarchi, testimoniati da chi li ha vissuti. E’ stato il tema dell’incontro tenutosi martedì sera alla Festa dell’Unità di Venturina, moderato dall’assessore Alberta Ticciati e articolato dagli interventi del sindaco, della cooperativa sociale Odissea e dell’associazione Homo Diogene. Presenti anche alcuni dei migranti che da mesi vivono in paese. Tra di loro, tre ragazzi alloggiati a Campiglia stazione hanno descritto l’orrore vissuto nei paesi d’origine e la voglia di lasciarsi tutto alle spalle, ringraziando l’Italia che li ha accolti.
«Un’occasione - ha detto la vicepresidente della Homo Diogene, Angela Di Matteo – per far capire che non sono “i migranti”, ma hanno dei nomi e delle storie atroci di violenze e abusi che vogliono solo dimenticare». Ed eccoli, a leggere in inglese su un foglio la loro esperienza, aiutati nella traduzione dalla mediatrice e insegnante d’italiano Arianna Giuntini. Il primo è stato Kobji Emmanuel Donkor Richard, 29 anni, dal Ghana. Padre e fratello arrestati da chi ha ucciso il capo della città. Lui si è salvato perché non era in casa, la madre l’ha convinto a scappare. Prima in Togo, poi in Libia. «Lì mi hanno arrestato come fanno con tutti quelli che non sono libici – ha raccontato - Dopo 3 mesi di prigione mi hanno liberato nel deserto, dove un camion di militari mi ha raccolto e portato sulla costa dicendomi di fuggire. Sono arrivato a Lampedusa nel 2013, da allora non ho notizie della mia famiglia, non so se sono vivi. L’Italia per me è stata la salvezza da una morte sicura».
Osayande Nicholas, cristiano, ha una laurea in matematica. Nigeriano, 25 anni, era partito per il nord del suo Paese in cerca di lavoro. Poi «musulmani legati a gruppi di terroristi islamici hanno portato la guerra e non ho più potuto far ritorno nella mia città» ha spiegato, parlando della fuga in Libia e del viaggio verso la speranza su un gommone: «Quando arrivi in Italia ti sembra di essere nato di nuovo».
«Sono migranti forzati – ha detto Giacomo Poeta, operatore sociale della Odissea, presente insieme alla psicologa Giulia Veracini - non scappano per motivi economici ma perché il loro paese non è in grado di proteggerli». E ha poi illustrato le motivazioni “storiche” alla base della spinta migratoria, e come funziona l’accoglienza, tra leggi e progetti. La parola è poi passata a Seydou Dembele, ventitreenne del Mali. Bande armate coinvolte in una sanguinosa guerra civile lo hanno imprigionato, picchiato e gli hanno spaccato i denti per convincerlo a unirsi a loro e «combattere contro la mia gente – ha detto in italiano - Qui non c’è guerra e spero di rimanere e crearmi una vita tranquilla».
Ismail Yanus Abisola è l’esempio di chi ce l’ha fatta. Mediatore linguistico della Homo Diogene, diploma in computer grafica e programmazione, un lavoro sicuro nella sua terra, la Nigeria, e un passato da calciatore che lo aveva portato in Libia. Poi nel 2011 la guerra e la prigione. «Vivo a Piombino – ha detto - lavoro e mi sento integrato. Grazie a chi mi ha aiutato».
«Gestire l’accoglienza non è semplice – ha concluso Rossana Soffritti - Dobbiamo far integrare questi ragazzi nel miglior modo possibile. Va anche marginalizzata l’idea che se s’invitano a una festa c’è qualcosa da demonizzare. Si sta insieme, si lavora insieme, si lavano i piatti, si sparecchia, si balla e si canta. Senza bisogno di dovere fare polemica su stupidaggini».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google