Sicurezza
Il vino fermenta nell’anfora come al tempo dei Romani
Il produttore Antonio Arrighi lancia il primo bianco elbano affinato in contenitori di terracotta L’idea è nata durante le attività di scavo archeologico nel territorio delle Grotte di Portoferraio
PORTO AZZURRO. Vinificare seguendo le tecniche dell’antica Roma per la classe senatoriale. Ossia lasciar fermentare il vino in anfore di terracotta, prodotte appositamente all'Impruneta.
Esempio unico sull’arcipelago toscano, riportato in auge dopo 2000 anni di silenzio da Antonio Arrighi, sommelier professionista e produttore di vino nella sua tenuta di Pian del Monte, a Porto Azzurro, fra le cui eccellenze spicca una vigna dell’800 ereditata da nonno Antonio e dal bisnonno Carlo, ai piedi del monte della Croce. Quando si dice che gli scavi archeologici danno una mano a esaltare le qualità del vino prodotto in terra isolana.
L’idea è nata in Antonio Arrighi dopo aver esaminato i risultati degli scavi archeologici effettuati negli ultimi anni dal professor Franco Cambi e dal gruppo di laureandi dell’università di Siena a San Giovanni, nel podere Gasparri.
In quell’occasione, furono riportati alla luce diversi dolia in terracotta che servivano ad approvvigionare la Villa Romana delle Grotte. E proprio in occasione dell’inaugurazione della Villa Romana e della sua riapertura al pubblico nel 2014 grazie a Luisa Zito, Laura Pagliantini e Luisa Quaglia di ‘Archeo Color’ fu presentato il progetto di fermentazione del vino in contenitori di terracotta. Archeologia e realtà imprenditoriale, un binomio fortunato e azzeccato.
«E così è nato – dice il produttore Antonio Arrighi – il nuovo bianco in anfora ‘Botte Gaia 10’ prodotto dalla nostra azienda e messo sul mercato. Si tratta del primo bianco dell’Elba affinato in maniera naturale, cioè in terracotta, come già vinificavano gli antichi Romani all’isola d’Elba. Lo abbiamo chiamato ‘Botte Gaia 10’ perché è stato prodotto in esclusiva per festeggiare i 10 anni di attività del ristorante di Porto azzurro.
E’ il frutto di una nuova sperimentazione che abbiamo fatto con la nostra enologa: il vitigno è il Viognier, ma affinato in giare di terracotta sui lieviti del vino Eraora, prodotto con Manzoni Bianco e Chardonnay».
Al contrario delle barriques, l’argilla non rilascia alcuna sostanza nel vino che ne influenzi il gusto e diversamente dall’acciaio non racchiude ermeticamente il suo contenuto ma lo lascia “respirare” grazie a un, se pur minimo, scambio con l’esterno. Inoltre così vengono anche meno quei problemi causati dai campi elettromagnetici.
Per adesso le giare sono quattro: una da 800 e tre da 200 litri. Si tratta di un prodotto Igt. La prima sperimentazione avvenne nel 2011 con il Tresse, vino elbano affinato in giare di terracotta da 800 litri. Il nome deriva dalle iniziali dei tre vitigni: Syrah, Sangiovese e Sagrantino.
«La vinificazione in terracotta – prosegue l’imprenditore Antonio Arrighi – ha permesso di esaltare le tre uve che lo compongono. Ma questo vino non è sempre uscito come Tresse. Con l’enologa dell’azienda, cercavamo un contenitore che avesse la qualità della barrique, ma che non cedesse aromi. Ci siamo chiesti perché non provare la terracotta. E’ solo dal 2012 che questo prodotto viene affinato esclusivamente nelle anfore di Artenova. Il primo anno della sperimentazione, nel 2011, affinavamo ancora per metà in terracotta e per metà nel legno, per poterci meglio rendere conto delle proprietà organolettiche. Al momento dell’assemblaggio ci siamo accorti che ci piaceva di più la terracotta».
Questa garantisce una perfetta conservazione del vino e un eccezionale isolamento termico. Esalta le caratteristiche del vitigno utilizzato, il colore ha una diversa evoluzione e la microssigenazione, essenziale per l’evage di un vino, minore rispetto a ciò che avviene in un vino nelle barrique.
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