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«L’azienda ha voluto intimidire i lavoratori»

«L’azienda ha voluto intimidire i lavoratori»

Dipendente licenziato per aver rifiutato di andare in Eritrea Romagnani (Cgil) alla SiderPiombino: «Sono modi barbari»

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PIOMBINO. Parla di modo «barbaro» e di mancanza di buonsenso da parte dell’azienda. David Romagnani (Fiom Cgil provinciale) interviene nella vicenda del lavoratore della SiderPiombino licenziato per non essersi reso disponibile a recarsi in trasferta in Eritrea, un Paese a rischio. Vicenda che, dice Romagnani, «colpisce non tanto per la sproporzione dell'azione dell’azienda nel licenziare quel lavoratore, di per sé un fatto grave, inaccettabile e intollerabile, ma per una particolarità che sfugge a una prima lettura, ossia che l’azienda colpendo quel lavoratore tanto duramente manda un segnale forte, autoritario e intimidatorio al resto dei lavoratori. Il messaggio tipico di un certo tipo di imprenditoria illuminata è: “se non andate in quel paese a rischio sarete tutti licenziati!”. Mi pare un modo barbaro, da alcuni forse anche giustificato in nome di un mercato nelle cui logiche non vi è traccia alcuna del buon senso. Sia chiaro anche che chi parla, nelle assemblee e in quella della SiderPiombino in particolare, ha rammentato a ogni dipendente che contrattualmente il lavoratore deve recarsi in trasferta, specialmente in una situazione nella quale la scarsa attività avrebbe giustificato mesi prima la apertura di una cassa integrazione ordinaria. Ma altrettanto chiaramente vi devono essere le garanzie di salute e incolumità per i dipendenti che là vanno ad operare! E ci scuserà la proprietà ma non costituisce garanzia il fatto che il titolare vi si rechi regolarmente».

«Non sono le fughe e le forzature o come in questo caso i licenziamenti a educare, a far cambiare pelle alle Aziende e ai loro lavoratori - prosegue Romagnani - ma la pazienza, il dialogo, vorremmo dire la comprensione reciproca e una serie di strumentazioni da mettere in atto. Sappiamo che lavoratori dipendenti di aziende tipicamente trasfertiste si sentono penalizzati quando per motivi organizzativi sono costretti a restare nelle officine a due passi da casa e viceversa, come è stato nel caso di questi lavoratori della SiderPiombino, resta difficile persuadere i dipendenti delle aziende che hanno un lavoro prettamente stanziale ad andare in trasferta. Cosa rende tanto diversi questi due tipi di lavoratori? In realtà è la loro condizione di vita. Non esiste alcuna altra differenza se non questa, ossia la rete di relazioni, di welfare familiare che si sono costruiti e dimensionati intorno a se stessi e alla propria famiglia in ragione a quello che fa, dove lo fa e nei tempi in cui lo fa».

Per questo, dice Romagnani, è mancato il buon senso: «Sarebbe stato sufficiente dare adeguate garanzie di coperture di assistenza sanitaria, di incolumità, prevedere incentivazioni anche misurabili per chi fosse disponibile a partire e nel contempo per i restanti, per i meno convinti destinare parte del lavoro affidato al subappalto, ai diretti, e certo anche aprire una procedura di cassa integrazione nel caso non ci fosse lavoro sufficiente sul posto sapendo che chi vive la condizione di cassa integrazione non è economicamente privilegiato. E' cosi scandaloso?».

Romagnani poi ricorda che «la cCassa integrazione non è un’assistenza della collettività. Le imprese versano nelle casse dell’Inps circa il 2% del monte salari lordo dei lavoratori (in altre parole: l’impresa versa i soldi all’Inps invece che nella busta paga del lavoratore), creandosi così esse stesse un fondo dal quale attingere in caso di bisogno. Prima della crisi economica di questi anni il bilancio della cassa integrazione ordinaria era in forte attivo, visto che dal 2003 al 2007, a fronte di un versamento del 2% del monte salari, veniva poi usata mediamente una somma pari circa allo 0,5% del versamento. La crisi ha cambiato le cose, ma il concetto resta immutato».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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