Il Tirreno

«Dopo vent’anni, buttato fuori così»

di Valeria Parrini
«Dopo vent’anni, buttato fuori così»

Parla l’operaio licenziato da Siderpiombino per essersi rifiutato di andare a lavorare nel cantiere in Eritrea

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PIOMBINO. La pratica per accedere all’indennità di disoccupazione è fatta. Ora si tratta di portare in giro le copie del curriculum. Sa bene che la situzione è quella che è. Ma deve provarci.

L’operaio poco più che quarantenne licenziato dalla Siderpiombino per essersi rifiutato di trasferirsi in Eritrea, è ancora disorientato. «La cosa che mi ha ferito di più è che l’azienda, dopo tutte le spiegazioni che gli avevo fornito, sia andata avanti per la sua strada. Dopo vent’anni m’ha buttato fuori per motivi irragionevoli», racconta.

Una bimba piccola, la moglie che lavora, i suoceri all’estero, un genitore, residente a Venturina, in condizioni di salute serie e bisognoso di assistenza. Il quadro familiare è questo. E anche una eventuale compartecipazione alle spese per la baby sitter, proposta dall’azienda, non lo avrebbe cambiato. «Il problema - afferma - è uno solo: non sono nelle condizioni di poter accettare una trasferta così impegnativa. E’ un dato oggettivo».

Come, allo stato dell’arte, oggettivo risulta il sito della Farnesina, che sconsiglia dal raggiungere il Paese africano. Un Paese a rischio, come lo descrive l’avvocato Fabrizio Callaioli che difende l’operaio, «con condizioni ambientali difficili, senza le sicurezze più banali, da quelle alimentari a quelle sanitarie. I lavori appaltati a Siderpiombino vengono svolti a Massaua, dove le temperature sono altissime e dove non c'è un ospedale adeguato ad assicurare le debite certezze in caso di infortunio. Tutto questo, di fronte al compenso di 25 euro al giorno in più rispetto allo stipendio ordinario».

In molti hanno accettato l’incarico, «A volte anche per paura. Alcuni mi hanno espresso solidarietà. Critiche non ne ho ricevute. Almeno in faccia. C’è chi mi ha suggerito di provare. E avrei anche potuto farlo. Però - prosegue il lavoratore - non ho scelta: non posso permettermi di accettare un lavoro così lontano da casa. La Sider ha reagito male. Spero ci ripensi, ma ne dubito».

E poi, lo stupore quando apprende che della sua vicenda si è occupato un giornale nazionale, Il fatto quotidiano. Non sa chi è Adriano Sofri ma quando sente cosa ha scritto sull’edizione di ieri, un sorriso ci scappa.

Dopo aver descritto l’attività dell’azienda e ricordato i 70 milioni della commessa eritrea, Sofri scrive: «Firmare un contratto di lavoro non è come arruolarsi nella brigata San Marco. Che 43 lavoratori siano pronti a guadagnarsi il pane in Eritrea è apprezzabile. Che uno non voglia andarci, è normale, ed è un suo diritto. I titolari della Sider farebbero bene a contare fino a dieci e revocare una gratuita prepotenza».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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