Il Tirreno

In fabbrica il giorno del dentro o fuori

In fabbrica il giorno del dentro o fuori

Cominciata l’era Aferpi nel segno della speranza, ma la selezione lascia aperti molti interrogativi e causa tensioni

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PIOMBINO. E’ sempre una questione di prospettive. Dall’esterno, il d-Day di Aferpi (la firma sull’accordo per le bonifiche e il subingresso effettivo al posto dell’ex Lucchini) viene visto e vissuto come una speranza per il futuro, un punto da cui partire.

Dall’interno, dipende. Perché metà di quei lavoratori possono subito sentirsi con le spalle coperte: con la firma di martedì a Roma da ieri sono a tutti gli effetti dipendenti della nuova controllata dal gruppo algerino Cevital. Ma l’altra metà al momento è fuori, in cassa integrazione. Con l’impegno di rientrare nel giro di diciassette mesi, certo. Il piano Cevital prevede la riassunzione in varie fasi (ed entro il 6 novembre 2016) di tutti i 2160 dipendenti ex Lucchini, riassorbiti non solo nell’acciaieria ma anche nel progetto agroindustriale e in quello della logistica portuale. Ma intanto 1080 sono dentro, gli altri 1080 fuori, rimasti in regime di amministrazione straordinaria Lucchini (sotto la gestione del commissario Piero Nardi).

Per non parlare degli operai dell’indotto.

Ecco che quella di ieri è stata una giornata delicata, dura per parecchi. Anche con qualche tensione.

Vero è che, anche tra i 1080 lavoratori presi in carico da Aferpi, al momento ne lavorano circa 300. Tutti gli altri continuano a girare in solidarietà. Oggi c’è lavoro per questi e basta, perché i treni laminazione viaggiano a dodici turni. A settembre inoltrato, quindi dopo le fermate, si spera che aumentino i turni e che venga riassorbita parte dei cassintegrati.

In base a quali criteri è stata fatta la selezione da parte dell’azienda? Ufficialmente è stata una selezione “fredda”, sulla scorta delle professionalità e soprattutto senza prescindere dalla “geografia” dello stabilimento: ovvero cassa integrazione per i lavoratori dei reparti che sono stati chiusi (acciaieria, altoforno, cokeria).

«Dovrebbe essere così - dice Fausto Fagioli (Fim) - noi comunque stiamo monitorando e controllando queste liste».

«Dovrebbe», dice Fagioli. Ma non sembra che le cose siano andate in modo così netto.

Chi è finito in cassa integrazione è Paolo Francini, al pari di molti suoi colleghi della cosiddetta minoranza sindacale.Al di là della sua situazione personale, Francini continua a essere preoccupato per altri motivi: «Ok, dicono che ci assumeranno entro il 6 novembre del prossimo anno - commenta Francini - ma questo non significa che automaticamente torneremo al lavoro. Potremmo continuare a restare in cassa integrazione. Ricordo che il termine di questo piano industriale è il gennaio 2019. Inoltre nell’ultimo accordo Issad Rebrab garantisce solo due anni per quanto riguarda questo livello occupazionale: cioè 1450 persone per il settore siderurgico. Le altre 710 verranno reimpiegate davvero nella logistica e nell’agroalimentare? E i 1500 dell’indotto? Per loro c’è una vaga promessa relativa alle bonifiche, ma nessuna indicazione precisa. Ecco perché continuiamo a essere fortemente preoccupati».(a.d.g.)

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