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Medicine: un paziente su 4 interrompe la cura

PIOMBINO. Il medico le prescrive, ma poi è il paziente a decidere se prendere o meno le medicine. Forse apparirà strano, eppure è un percorso delicato quello fra dottore e malato. Una persona...

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PIOMBINO. Il medico le prescrive, ma poi è il paziente a decidere se prendere o meno le medicine. Forse apparirà strano, eppure è un percorso delicato quello fra dottore e malato. Una persona mediamente su quattro, infatti, stabilisce d’interrompere le cure di propria iniziativa. Questo capita, soprattutto, nelle situazioni croniche. I motivi sono i più svariati. Qualcuno smette per il disagio degli effetti collaterali.

All’opposto, altri interrompono perché ritengono sufficienti i primi miglioramenti. Una delle malattie è la psoriasi, una forma infiammatoria cronica della pelle. C’è però una distinzione tra farmaci biologici e tradizionali che coinvolge medico e paziente, secondo una ricerca promossa da Anmar (malati reumatici), Amici (affezioni infiammatorie croniche intestinali), Anap(pelle), assieme ad AbbVie. Coi primi, le persone dichiarano d’attenersi maggiormente alle raccomandazioni, rispetto a chi segue i secondi. Per i biologici, in particolare, medici e personale dedicano più tempo perché è un tipo di trattamento più complesso ed innovativo. Ma sono molti i malati insoddisfatti ( 37% di reumatici, 73% di psoriasici) in seguito alle informazioni ricevute.

Fra le critiche – emerge ancora – si parla sovente d’un numero elevato di pastiglie, forti effetti collaterali, necessità di assumerli più volte al giorno, magari al lavoro o durante i pasti. Nelle malattie osteoarticolari e artro –psoriasiche s’accusano in genere i maggiori disturbi, mentre il primato per le assunzioni giornaliere spetta alle malattie croniche infiammatorie intestinali.

Qui, la situazione migliora fra coloro in cura con farmaci biologici che assumono il minor numero di somministrazioni giornaliere, rispetto agli altri con una ricaduta positiva sulla loro capacità di seguire le terapie in maniera appropriata.

Gian Ugo Berti

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