Il Tirreno

I fantastici quattro dell’underground

di Alessandro De Gregorio
I fantastici quattro dell’underground

La storica band continua a incidere e a girare l’Europa lontano dai circuiti commerciali

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PIOMBINO. Fanno musica da oltre quarant’anni. Hanno inciso sei album (l’ultimo è uscito proprio in questi giorni), dvd, speciali, ristampe. Girano l’Europa tra concerti e festival, dove mettono in difficoltà gruppi molto più blasonati. I fan conoscono le loro canzoni a memoria e li seguono a migliaia di chilometri. La critica li adora. Eppure sono destinati a essere un gruppo underground, amatissimo ma lontano dal grande circuito discografico commerciale.

Sono i Dark Quarterer, storica band piombinese. Dal 1970 hanno cambiato più volte formazione ma due di essi sono rimasti sempre al loro posto: il Nepi e il Nipa, al secolo Gianni Nepi e Paolo Ninci, il bassista-cantante e il batterista. Sono le colonne del gruppo, due ragazzi di sessant’anni che hanno coronato il loro sogno: fare musica e vivere di musica. Ci sono riusciti, considerando anche che tre su quattro componenti dei Dark Quarterer insegnano alla scuola Woodstock.

Gli altri due sono Francesco Longhi (alle tastiere) e Francesco Sozzi (alle chitarre). Ma quella dei DQ è una grande famiglia, tutti danno un contributo alla causa. Per esempio il general manager Gino Sozzi, padre di Francesco. Il “batteraio” come si autodefinisce Gino (ex cantante, oltre che corista dei DQ). O la fidanzata di suo figlio, Alice Bertoncini, e la figlia di Gianni, Laura Nepi. Le ragazze fanno i cori. Anche loro insegnano. E anche loro hanno doti musicali notevolissime.

Presi sia singolarmente che in gruppo, i quattro Dark Quarterer sono di una bravura mostruosa. Difficile collocarli in un genere schematizzato, loro stessi rifiutano etichette: parliamo di metal, ma anche di hard rock anni Settanta, di progressive, di epic. Sono tanti i generi che confluiscono nei loro elaboratissimi pezzi dove convivono in armonia la vena melodica (e l’ugola pazzesca) di Nepi, l’energia, il furore e il gusto epico di Ninci, il limpido background jazz di Longhi e l’estro talentuoso di Sozzi, definito il “Maradona” della band.

Diciamo che fanno rock, un gran bel rock, e accontentiamo tutti gli amanti delle catalogazioni.

I primi Dark Quarterer erano tre: Nepi, Ninci e un altro formidabile chitarrista, Fulberto Serena. Quando Serena lasciò, il suo posto fu preso da un altro talento puro, Sandro Tersetti. Finché, e siamo a fine anni Novanta, non subentrarono i due Francesco. Da allora la band ha trovato una propria dimensione.

Negli anni, i DQ hanno pubblicato “Dark Quarterer” (1987), “The etruscan prophecy” (1988), “War tears” (1994), “Violence” (2002), “Symbols” (2008) e, ora, “Ithaca”. Altrettanti i cd e dvd registrati.

Ma se chiedi loro cosa sia il successo, ti rispondono che il successo è un Chris Larsen qualunque che parte dal Nord per venire a un loro concerto in Italia e lascia in regalo una bandiera della Svezia con la scritta Dark Quarterer. Bandiera con cui ora il Nipa copre la batteria. Oppure è un altro fan che li segue ovunque con la copertina del loro primo disco stampata sulla maglietta.

Il successo sono i fan di questo ambiente, molto “feticisti”, che vogliono vedere la band dal vivo ma vogliono anche avere i loro cd autografati.

«E’ il mondo del metal - dice Gino - rimasto l’ultimo baluardo di una musica che unisce e considerata valore assoluto. In questo ambiente il fan vuole avere in mano il cd, vuole leggere i testi. C’è anche meno pirateria. Per Symbols, il cd uscito nel giugno 2008, stampammo 1.100 copie. A ottobre erano già finite, ne servirono altre mille. A marzo altre 1.500».

Il successo, spiegano ancora, sono le pacche sulle spalle o i mille altri aneddoti che Gino ti snocciola uno dietro l’altro.

Come quella volta in Danimarca, al Metal magic festival, dove la band piombinese fu l’unica (su 30) a dover concedere un bis dopo l’altro. O come a Cipro, con un concerto record di tre ore e venti. O come quella sera a Verona, quando i DQ erano in scaletta come gruppo di spalla agli inglesi Demon. Durante il check, Gino fu avvicinato dal manager dei Demon che gli disse, scherzando ma fino a un certo punto: «Ma a noi avevano parlato di una band di spalla! Ora come facciamo?». Gli stessi Demon poi incrociati in Germania all’Hammer of doom e che, riconosciuti gli amici piombinesi, esclamarono: «Ancora voi? Oh no!».

O come quella prima volta a Londra, tre anni fa, all’Old blue last. «Eravamo dove tutto è cominciato - racconta Ninci - nella patria del rock. Un pub a tre piani, storico, pieno di gente. Una strizza così. Primo e secondo brano e la gente cantava già i nostri pezzi. Li conoscevano tutti a memoria. Gianni temeva di non ricordarsi le parole».

Oppure quella volta a Malta. «Ci portarono nel locale a bordo di un furgone Mercedes nero con i vetri fumé - racconta Nepi - Era pieno di gente. A trenta metri dal locale fummo circondati. La moglie di Francesco (Longhi) esclamò: ma allora siete famosi! Che risate...».

L’ultimo aneddoto riguarda il lancio di Ithaca, a Milano, il 18 aprile. «Eravamo convinti di avere fatto un buon disco - dice Ninci - ma sai, non puoi mai prevedere la reazione del pubblico. Beh, la reazione è stata fantastica. Uno dei pezzi più belli, Rage of gods, si chiude con un coro epico che dura molte battute. Abbiamo finito, ma i ragazzi come incantati hanno continuato a cantare. Così Francesco è ripartito con un riff di chitarra, ci siamo riagganciati e abbiamo fatto una seconda coda. Ho ancora i brividi». E a fine concerto è andato bene anche il merchandising, con una quarantina di cd venduti in un amen.

Ah. Per scrivere questo pezzo ho passato una serata con loro. Poi ho buttato via gli appunti. E ho messo l’ultimo cd.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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