Sicurezza
«Il futuro della nostra città non è compatibile con l’Afo»
Spirito Libero interviene sui temi economici caldi di questi giorni. Con un no all’Afo. «Poco meno di un anno fa l'altoforno veniva spento e firmato l'Accordo di programma, dove si prevedevano...
Spirito Libero interviene sui temi economici caldi di questi giorni. Con un no all’Afo.
«Poco meno di un anno fa l'altoforno veniva spento e firmato l'Accordo di programma, dove si prevedevano risorse importanti per la riconversione e l'efficientamente energetico, ambientale e produttivo dello stabilimento, per il potenziamento delle attività portuali, per lo sviluppo di piccole, medie e grandi imprese per la diversificazione economica, per la riqualificazione del personale con la formazione professionale. Il tutto con forte premialità, nei bandi per l'assegnazione delle risorse verso le imprese che avrebbero assunto personale del settore siderurgico. Lo sviluppo del porto, con le nuove banchine ed i fondali a meno 20 metri, a seguito delle importanti risorse usufruite, ha determinato il forte interesse di grandi gruppi industriali, come i progetti presentati da General Electric e dalla cordata Saipem-Officine San Giorgio-Fratelli Neri. Vi troveranno collocazione anche realtà importanti come Dalmine, Solmine ed Altair, dando respiro ed occupazione importanti. C'è poi già una prima crociera programmata e sono in dirittura di arrivo i progetti su Terre Rosse, aree ex Irfid e porto alla Chiusa. Infine, il Comune si sta adoperando per infrastrutturare l'area produttiva di Colmata. Tutto questo come si può conciliare con una ripresa della produzione siderurgica attraverso la riattivazione dell'altoforno e del ciclo integrale? Sono compatibili alti stoccaggi di coke e minerali alle spalle o in mezzo a queste attività? Gli spazi portuali destinati a queste nuove attività diversificate possono conciliarsi con i traffici necessari per alimentare il ciclo integrale? E siamo sicuri che le rigidità di questo altoforno riguardo le quantità minime da produrre non possano essere di ostacolo a un progetto di sviluppo duraturo dello stesso stabilimento? E le tempistiche per riattivare tutto il ciclo integrale e i costi necessari, compresi quelli per gli adeguamenti alle normative ambientali, saranno compatibili con le esigenze di mercato e di bilancio dell'azienda? Che fine faranno l'agroalimentare e la logistica industriale presenti nei piani del primo Cevital? Sono domande serie, pur comprendendo come due settori, quello delle imprese d'appalto e quello del commercio/artigianato, abbiano risentito della crisi più dei dipendenti diretti che fruiscono di ammortizzatori sociali e sappiamo che i "tempi brevi" riguardo al ritorno al lavoro siano essenziali. Non vorremmo però che valutazioni solo sul breve periodo facessero perdere di vista la prospettiva strategica di questa città e della sua economia, che non può più permettersi di vivacchiare in balia di eventi esterni che rischierebbero di farla tornare ad essere solo "città-fabbrica", uccidendo così sia la città che la fabbrica. Noi non vediamo monsieur Rebraab come un "padrone delle ferriere", ma se la sua storia parla di modernità e visioni lungimiranti, che implicano la ricerca di soluzioni complesse e non di breve periodo, è necessario che tutto questo includa anche la costruzione di rapporti duraturi con una città, i suoi abitanti, le sue ambizioni, il suo diritto al futuro. Questi rapporti di reciproco rispetto, noi li chiamiamo progresso».
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