Il Tirreno

"No all'altoforno, Piombino non rinunci al suo futuro"

L'altoforno di Piombino
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L'altoforno di Piombino

Spirito Libero interviene con una lettera aperta a Rebrab: "Costruisca rapporti duraturi con la città"

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PIOMBINO. Andrea Fanetti, coordinatore Spirito Libero per Piombino, interviene sui temi economici al centro del dibattito in città. E ribadisce il suo "no" alla riaccensione dell'altoforno.

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"Poco meno di un anno fa l'altoforno veniva spento e contemporaneamente firmato l'Accordo di Programma 2014, dove si prevedevano risorse importanti per la riconversione e l'efficientamente energetico, ambientale e produttivo delle stabilimento, per il potenziamento delle attività portuali volte allo smantellamento, manutenzione e refitting navale, per lo sviluppo di piccole, medie e grandi imprese nella direzione della diversificazione economica, per la riqualificazione del personale con politiche di formazione professionale. Il tutto con forte premialità, nei bandi per l'assegnazione di dette risorse, verso le imprese che avrebbero assunto personale proveniente dal settore siderurgico".

"Lo sviluppo del porto, con le nuove banchine ed i fondali a meno 20 metri, a seguito delle importanti risorse usufruite, ha determinato il forte interesse di grandi gruppi industriali, come i progetti presentati recentemente da General Electric e dalla cordata Saipem-Officine San Giorgio-Fratelli Neri dimostrano e vi troveranno collocazione anche realtà importanti come Dalmine, Solmine ed Altair, dando respiro ed occupazione importanti. C'è poi già una prima crociera programmata e sono in dirittura di arrivo i progetti su Terre Rosse, aree ex Irfid e porto alla Chiusa con relativo distretto della nautica. Infine, il Comune si sta adoperando per affrettare l'infrastrutturazione dell'area produttiva di Colmata ove vi sono interessi di molte nuove imprese".

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Le domande. "Tutto questo come si può conciliare con una ripresa della produzione siderurgica attraverso la riattivazione dell'altoforno e del ciclo integrale? Sono compatibili, ad esempio, alti stoccaggi di coke e minerali alle spalle o in mezzo a queste attività? Gli spazi portuali destinati a queste nuove attività diversificate possono conciliarsi con i traffici necessari per alimentare il ciclo integrale? E siamo sicuri che le rigidità di questo altoforno riguardo le quantità minime da produrre per non essere in perdita non solo quando il costo del rottame è più basso, ma anche nella fase in cui le materie prime costano meno non possano essere di ostacolo proprio ad un progetto di sviluppo duraturo dello stesso stabilimento siderurgico? E le tempistiche per riattivare tutto il ciclo integrale e i costi necessari, compresi quelli per gli indispensabili adeguamenti alle normative ambientali, saranno compatibili con le esigenze di mercato e quelle di bilancio dell'azienda? Che fine faranno, in questo nuovo quadro, l'agroalimentare e la logistica industriale presenti nei piani del primo Cevital?"

"Sono domande serie e realistiche pur comprendendo benissimo come due settori, quello delle imprese d’appalto e quello del commercio/artigianato, abbiano risentito della crisi più dei dipendenti diretti che fruiscono di ammortizzatori sociali e sappiamo bene come il fattore “tempi brevi” riguardo al ritorno al lavoro giochi, soprattutto per questi, un ruolo essenziale. Non vorremmo però rischiare che valutazioni solo sul breve periodo facessero perdere di vista la prospettiva strategica di questa città e della sua economia, che non può più permettersi di vivacchiare ancora e sempre in balia di eventi esterni che rischierebbero di farla tornare ad essere solo “città-fabbrica”, uccidendo così sia la città che la fabbrica. Noi non vediamo affatto Monsieur Rebrab come un “padrone delle ferriere”, ma se la sua storia parla di modernità e visioni lungimiranti, che implicano la ricerca di soluzioni complesse e non di breve periodo, è necessario che tutto questo includa anche la costruzione di rapporti duraturi con una città, i suoi abitanti, le sue ambizioni, il suo diritto al futuro. Questi rapporti di reciproco rispetto, noi li chiamiamo progresso”.

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