Il Tirreno

Il commento

Ancora troppi interogativi

Molti aspetti da chiarire nella complicata partita di rilancio industriale delle acciaierie

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PIOMBINO. La riunione al Mise si conclude con poche certezze: in positivo la più importante riguarda il fatto che il governo, allarmato dai cambi di rotta di Cevital, finalmente ha ripreso in mano la questione, fissando anche un termine, il 9 aprile, per il piano industriale. E’ questo l’unico modo per valutare la solidità finanziaria e la sostenibilità ambientale e industriale di un progetto gigantesco. L’altra certezza, questa in negativo, è che i tempi forzatamente si allungano, tanto da mettere in dubbio la firma del contratto del 3 maggio, considerando che Cevital deve affrontare il vaglio del ministero (ed eventualmente regolare il piano su questo giudizio) prima di affrontare il nodo della trattativa sindacale. In soldoni questo significa che per i duemila dipendenti diretti della Lucchini è molto probabile che dal primo maggio, scaduti i contratti di solidarietà, si passi alla cassa integrazione. Per il resto, andata delusa l’illusione (di pochi) di vedere un piano industriale nero su bianco, ci si deve accontentare dell’illustrazione del nuovo progetto da parte di Issad Rebrab. L’ipotesi di riaccendere l’Afo delude le speranze di gran parte della città che credeva di poter girare pagina, col trasloco di tutta la fabbrica, più volte annunciato. Peraltro l’investimento confermato a Roma da Rebrab ha una portata che conforta le attese di ripresa (e di lavoro) del territorio: un miliardo e 200 milioni, comprendente pure agroindustriale e logistica portuale. Ma se il progetto supererà gli esami autorizzativi si potrà raggiungere una situazione accettabile dal punto di vista ambientale? Può essere, visto che gli impianti più inquinanti ma oggi tecnologicamente avanzati andrebbero in Padule, e ai confini della città resterebbe solo l’Afo, accanto al quale è previsto l’impianto industriale, una volta bonificata l’area. Sarà l’ennesimo compromessoal ribasso? Toccherà alle istituzioni dare il giudizio finale, certo restano aperti molti interrogativi: quello della tenuta economica di un impianto come l’Afo storicamente sempre in perdita, quelli legati allo stoccaggio di enormi quantità di coke (l’approvvigionamento esterno sarà dell’intero fabbisogno, e almeno per due anni) e di minerali. E quelli sugli obiettivi di diversificazione economica, della cui necessità ormai tutti sono convinti, che non può essere solo agroindustria e logistica portuale.

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