«Futuro roseo? Intanto siamo licenziati»
La disperazione dei dipendenti Harsco Metals: arrivate le lettere, fine rapporto dal 27 maggio e via alla mobilità
PIOMBINO. Perché finché ne parli è un conto. Ma quando ti vedi recapitare a casa una raccomandata dove, accanto al tuo nome, c’è scritto “licenziamento”, allora è un altro conto. Pensi al mutuo o all’affitto, o a entrambi. Pensi alla scuola dei figli, alla rata dell’auto, pensi semplicemente ai soldi per la spesa. Per mangiare.
E’ quanto sta capitando ai dipendenti della Harsco Metals, impresa di appalto ex Lucchini che si occupava di paiole e trattamento scorie. Ma è quello che potrebbe capitare prestissimo a tante altre ditte dell’indotto.
In attesa che Issad Rebrab presenti un piano industriale, decida quindi cosa fare della fabbrica fallita che si è impegnato a rilevare, vanno a scadenza gli ammortizzatori sociali di tutto il mondo siderurgico piombinese. I dipendenti diretti sono in solidarietà ma a maggio anche per loro scatterà la cassa integrazione. Quelli delle ditte di appalto erano già in cassa e le scadenze sono vicine. Il 9 marzo in Confindustria è stata firmata la procedura di mobilità per i 27 lavoratori della Harsco. L’azienda si è impegnata a riassumere tutti ma solo nel caso in cui venisse rimesso in marcia l’altoforno. Intanto però sono state spedite le lettere di licenziamento. Ultimo giorno di “lavoro” il 27 maggio. Poi la mobilità, ovvero buste paga ancora più leggere per un periodo limitato. La mobilità infatti durerà un anno per i lavoratori sotto i 40 anni, un anno e mezzo per chi ha tra i 40 e i 50 anni, due anni per gli over 50.
«Lo sapevamo, ci eravamo preparati, ma vederlo scritto fa effetto - dice Angelo Schiavoni, 37 anni, una figlia - Abbiamo tutti famiglia, le preoccupazioni cominciano a essere tante. Sento parlare di riaccensione dell’altoforno, di futuro, di rilancio, ma intanto noi siamo licenziati. Questo è il nostro presente. Non abbiamo certezze. E abbiamo tutele diverse rispetto ai dipendenti di Lucchini e Lucchini Servizi. Che poi anche trecento di loro rischiano di restare a casa, figuriamoci noi».
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La Harsco, sede a Terni, ha proposto ad alcuni dipendenti di trasferirsi in altri stabilimenti. Due hanno accettato Brescia. Altri due hanno rifiutato Verona. Troppo lontano, troppe spese, considerando anche la rinuncia a un paio di livelli professionali.
«Ho parlato con i vertici della mia azienda - dice ancora Schiavoni - Nemmeno loro sanno niente di preciso, non hanno mai incontrato Rebrab e lui con loro non vuole parlare. Sono disposti a qualsiasi tipo di lavorazione, ce lo ha confermato anche il sindaco, ma non c’è niente di concreto. Solo chiacchiere. E il tempo passa».
«E i tempi non sono quelli di cui sentiamo parlare - dice un altro licenziato, Massimo Braccagni, 39 anni - Fra cinque mesi ripartirà l’altoforno? Ma figuriamoci… Ci vogliono sei o sette mesi solo per i permessi Aia. E giustamente, aggiungo, perché sull’ambiente non si scherza. Per la messa in marcia di un altoforno ci vuole almeno un anno e mezzo. Ero di secondo turno quel 24 aprile 2014, quando spensero l’Afo. E’ passato un anno, non è stato aperto neanche un bando per le bonifiche perché Rebrab non ha ancora presentato un piano. Così a maggio del prossimo anno io sarò fuori da tutto. E sono pure fortunato perché non ho un mutuo. Ci sono colleghi che sono stati costretti a subire uno sfratto per dare da mangiare ai figli. E’ un dramma sociale che non risparmia nessuno, neanche i commercianti. Con 800 euro non vado a mangiare fuori, non mi compro le scarpe. Vogliamo almeno sensibilizzare l’opinione pubblica perché le istituzioni, a cominciare dal governatore Enrico Rossi, stanno facendo passare il messaggio che tutto sia in ripresa, che il futuro sarà roseo, ma non è assolutamente così. Noi purtroppo siamo i primi ad aver ricevuto queste lettere di licenziamento ma presto toccherà a quelli delle pulizie, delle mense, alla 3 Emme, a tutto l’indotto. Però ci sono le regionali e allora bisogna stare tutti buoni...«.
Se la prende con la politica anche Luca Meini, 41 anni: «Qualcuno dovrebbe spiegare a Renzi che qui c’è bisogno di lavoro, non di discorsi». Lapidario Flavio Bozzi, 48 anni, due figli: «Con 800 euro non si vive. Senza lavoro non si guadagna il pane e si perde la dignità. Siamo alla disperazione. Reagiremo da disperati».
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