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Cevital, marcia indietro sull’altoforno
Più di 100 milioni per riattivare il ciclo integrale e tempi troppo lunghi per ottenere le autorizzazioni ambientali
PIOMBINO. La valutazione sulla possibile riaccensione dell’altoforno è stata completata, e Cevital si sarebbe ormai convinta dell’antieconomicità dell’intera operazione dal punto di vista dei costi e dei tempi: rimettere in marcia l’Afo costerebbe all’incirca 40 milioni oltre a 15 per le autorizzazioni ambientali, mentre per far ripartire la cokeria ne servirebbero altri 35 più 17 per l’Aia.
Oltre 100 milioni, quindi, una cifra ingente per riavviare il ciclo integrale. Inoltre le verifiche sulla centrale Edison, indispensabile per smaltire il gas d’altoforno e spenta da mesi, non avrebbero dato garanzie sufficienti. C’è poi il problema dei tempi, non solo i 6-9 mesi per l’altoforno, ma anche quelli per gli adeguamenti dal punto di vista ambientale necessari alle autorizzazioni ambientali, che potrebbero richiedere un periodo ancora più lungo.
Il complesso delle valutazioni compiute da Cevital arriva da fonti industriali mentre il sindacato – che punta sulla ripresa dell’Afo per dare una risposta più rapida all’urgenza delle esigenze occupazionali – al momento non commenta le indiscrezioni, limitandosi a sostenere per bocca di Luciano Gabrielli, segretario provinciale Fiom, che «Issad Rebrab non ci ha ancora comunicato le sue conclusioni. Sarà a Piombino la prossima settimana e lo incontreremo, ma a noi è stato detto che una decisione ufficiale arriverà intorno al 10 marzo».
Se dunque la fase delle valutazioni è conclusa, è logico attendersi che la data indicata dal sindacato, ossia l’inizio della seconda settimana di marzo, coincida con la presentazione del piano industriale, che metta finalmente in chiaro quali e quanti saranno gli investimenti, e il cronoprogramma per la loro attuazione: pare quindi conseguente attendersi che venga formalizzato nei dettagli il progetto che in termini generali prevede due forni elettrici in Padule, la bonifica della vecchia acciaieria per far posto all’impianto agroindustriale e un importante investimento per un polo logistico sul porto.
Tutto ciò per avvviare un vero confronto sindacale sugli aspetti occupazionali (siamo fermi alla volontà espressa dal gruppo algerino di riassumere 1860 lavoratori contro i 2200 ex dipendenti Lucchini), preliminare alla firma del contratto di vendita, slittato al 3 maggio. Tenendo ben presente la ristrettezza dei tempi a disposizione, visto che i contratti di solidarietà scadono alla fine di aprile.
Ieri poi il sindaco Massimo Giuliani, sul suo profilo Fb, replicando ad alcune critiche ricevute dai gruppi di opposizione, e in particolare da Rifondazione comunista, ha puntualizzato gli obiettivi dell’amministrazione rispetto alle attività di Cevital, e cioè «produrre acciaio di qualità attraverso un processo industriale moderno e rispettoso dell’ambiente, ricollocare gli impianti siderurgici in aree più lontane dal centro urbano, promuovere uno sviluppo diversificato, che comprenda siderurgia, logistica, agroalimentare, nuove attività produttive e di sviluppo nello smantellamento navale».
«Progetti e obiettivi – conclude Giuliani – che ci sono stati più volte confermati, per la parte siderurgica, agroalimentare e logistica, dal Gruppo Cevital. Stiamo lavorando, costantemente in contatto col Mise e la stessa futura proprietà, perché questi impegni siano parte integrante anche dell’accordo finale».
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