Il Tirreno

Giornalismo

Da una guerra all'altra pensando a casa

Maria Antonietta Schiavina
Lucia Goracci incontra un gruppo di studenti per raccontare le sue esperienze di inviata
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Lucia Goracci incontra un gruppo di studenti per raccontare le sue esperienze di inviata

Lucia Goracci, inviata Rai nelle zone calde del mondo, parla della sua vita di donna toscana che racconta storie di persone che guardano al futuro nonostante ogni avversità

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SAN VINCENZO.  Lucia Goracci, nata a Orbetello, classe 1969, cittadina del mondo per lavoro «anche se la Toscana è sempre il mio buen retiro», è inviata degli Esteri per RaiNews 24. Ha ricevuto molti premi giornalistici fra cui il premio Ilaria Alpi (2011), Luigi Barzini (2012), Maria Grazia Cutuli (2013) e il premio"La penna Rosa" per il documentario " Le bambine non vanno a scuola", che narra la storia di Malala (Nobel per la pace 2014) e della piccole pakistane che ogni giorno frequentano le lezioni, rischiando la vita per il diritto allo studio.

Documentario che ha presentato alle scuole di San Vincenzo - invitata dall'assessore alla cultura Fabia Favilli - raccontando anche la sua esperienza nelle zone dove la guerra distrugge senza pietà luoghi e persone. E affermando che la toscanità spesso l'ha aiutata a superare molte prove non facili.

Qual è stato il percorso che l'ha avviata al giornalismo duro, quello che porta dove la gente soffre e muore? 

«La colpevole in un certo senso è mia madre, che adesso, ogni volta che mi vede partire, si lamenta. A nove anni,come tanti bambini, avrei voluto leggere Topolino e lei invece mi portava casa "Niente e così sia" di Oriana Fallaci. Amavo i suoi reportage, soprattutto quelli dal Vietnam, dalla Grecia, dal Messico; mentre ho amato meno la giornalista della crociata anti islamica, che appartiene all'ultimo periodo in cui, chiusa nel suo appartamento a New York, lottava contro il cancro e aveva una visione molto più angusta, meno condivisibile».

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Oggi lei vive a Roma ma è quasi sempre in viaggio nei luoghio più pericolosi.

«E' il mio lavoro, ma più che le guerre mi piace raccontare il dopo, di cui spesso ci si dimentica. I media, infatti, seguono le storie quando sono nella loro fase esplosiva e parossistica... La letteratura americana parla di Bang Bang story, fin che appunto si spara, si ammazza, si muore, si grida... Dopo non si va a vedere cosa è rimasto di positivo o negativo. Prendiamo il terremoto di Haiti. A nessuno interessa più sapere come procede la ricostruzione. E invece sarebbe importante occuparsene, informare come vive la gente, quali sacrifici e rinunce deve fare».

Quanto l'essere toscana l'ha aiutata in un impegno come il suo, dove bisogna avere anche molta grinta?

«Moltissimo. Mi sento radicata culturalmente nella mia terra che, per esempio, è stato il primo paese al mondo ad abolire la pena di morte. Amo il suo spiccato senso di laicità, ma anche lo straordinario rispetto per l'ambiente. E mi sento toscana non perché lo era Oriana Fallaci, ma proprio per la schiettezza, per la non obliquità, la non opacità della mia gente... Appena posso, dopo un impegno pesante, il mio cuore fiero di Orbetello è sempre la prima porta che apro, per riposarmi e rigenerarmi. In Toscana poi esistono ancora le comunità che sono importanti. Prendiamo Kobane, città simbolo della resistenza curda, dove sono stata per uno degli ultimi reportage. In quella città la gente è tornata non solo per combattere, ma anche per fornire quella logistica, quell'aiuto necessario per continuare a vivere: il forno ha riaperto, le volontarie hanno riportato a scuola i bambini nei sotterranei delle case, proprio per dire "ci siamo, vogliamo riprendere la nostra terra, la nostra quotidianità, i nostri affetti"».

A proposito di affetti. In guerra lei ha trovato anche l'amore.

«Ebbene sì. Ho incontrato Miki Stojicic, un cameraman serbo da cui ho imparato molto.Lui è più grande di me, frequenta certi luoghi da molto più tempo e mi accompagna sempre anche quando non c'è, riempiendomi di consigli e non chiedendomi in continuazione: "Quando torni?"».

Come convive con la paura una giornalista donna, che non trasmette da una stanza di hotel ma sta sul campo?

«Dopo il mio viaggio a Kobane forse il complimento più bello me lo ha fatto un collega, più giovane di me che mi ha detto: "Mi piace il tuo modo di raccontare la guerra, perché si vede che ti fa paura: non imiti i soldati, non fingi di essere altro". La guerra non può non far paura, la paura di morire deve esserci. Io po non amo andare dove si combatte per raccontare la morte, ma la vita che resta attaccata alle persone. Ungaretti, dalle fosse dalle trincee della prima guerra mondiale, scriveva: "Non sono mai stato tanto attaccato alla vita". Ecco la guerra ti aiuta ad apprezzare la bellezza del vivere e a difendere contro tutto e tutti la dignità delle persone. Ma dire che non si ha paura è assurdo: spesso mi sono salvata per caso. Fortunatamente però, ciò che ho provato non mi ha mai impedito il giorno dopo di ripartire, perché la voglia di vedere, di esserci, di testimoniare è più forte».

Di tutti i bambini che ha visto soffrire e spesso morire, ce n'è uno che le è rimasto dentro in modo particolare?

«Tanti. Ma ricordo con particolare affetto Malala e i bambini di Haiti sopravvissuti al terremoto, per la dignità e la maturità con cui affrontavano il dolore. Li ho osservati tra le tende degli ospedali: soffrivano senza piangere, semplicemente tappandosi gli occhi con le manine, come se questo li aiutasse a non vedere il dolore... E poi tutte le bambine del mio documentario, costrette a crescere in fretta, ma non per questo a liberarsi della loro innocenza».

Lei ha avuto un'infanzia felice?

«Bellissima, grazie ai miei genitori e ai nonni e a quelle famiglie che c'erano un tempo. Da loro ho imparato molte cose e il mio modo di essere è quasi totalmente dovuto agli insegnamenti ricevuti. La mia generazione, pur avendo vissuto anni di grande benessere, ha sempre conservato l'idea di doversi meritare le cose, di dover essere all'altezza di quello che le veniva dato».

Di cosa è più grata a sua madre e a suo padre?

«Della pazienza che hanno nell'accettare il mestiere che faccio. Cosa per loro molto difficile, perché ogni volta che mi vedono partire temono ciò che potrebbe accadermi».

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