Finanza
Sconfitto dalla Sla, è morto Sergio Ferri
Un aggravamento che stavolta non ce l’ha fatta a superare, il dolore degli amici con lui fino alla fine
PIOMBINO. Un aggravamento che, stavolta, non ce l’ha fatta a superare.
Un colpo troppo diretto, fortissimo anche per Sergio Ferri, 46 anni, che tante volte (da pugile ma anche nella vita di tutti i giorni) era uscito dal ring comunque col sorriso.
Sorriso che resta adesso, ancora sua pagina web (immagini dalla spiaggia di Miami nel 2012 o l'anno scorso dopo un ricovero in Svizzera). Sorriso che sarà impresso nel cuore dei suoi amici che l’hanno accudito e che sono rimasti con lui sino alla fine.
Sergio Ferri, piombinese ex pugile, ha lavorato come camionista e spesso la sera - visto il fisico prestante - pure come addetto alla sicurezza nei locali. All’improvviso due anni fa l'ha aggredito la Sclerosi laterale amiotrofica, malattia dalla progressione imprevedibile quanto violenta che lo ha reso ben presto l’ombra di se stesso.
La sua, però, non è mai stata una storia invisibile perché pur non avendo più i genitori, gli amici più cari hanno fatto quadrato e si sono presi cura di lui, trovandosi a combattere - spesso - anche contro la burocrazia e un'assistenza non sempre proprio come ci vorrebbe.
Amici che avevano fatto conoscere a tutti la sua storia, la scorsa estate, a fronte di episodi incresciosi, che dovevano, a loro detta, essere risolti.
«Un anno fa i primi malori – ricorda Loris Marchettini, a nome di questi amici, che sono stati più che fratelli per Sergio – e i ricoveri in ospedale sono diventati sempre più frequenti. Dieci mesi fa la diagnosi: Sclerosi laterale amiotrofica. Quando non è stato più possibile restare a casa... è stato ricoverato alla Rsa di San Rocco dove è tornato sempre, dopo ogni ricovero a Villamarina spesso necessario quando la situazione diventava ingestibile».
È Loris che, con la voce spezzata, ha chiamato il giornale: «Ha chiuso gli occhi, la cosa ormai più giusta per lui. Nell’ultimo periodo – confessa – Sergio riusciva a comunicare con noi solo con dei gesti, con pollice destro per dire sì o no. Almeno abbiamo continuato assisterlo e a non lasciarlo mai da solo... ormai per lui era davvero troppo».
In tarda serata si stava ancora decidendo dove, gli amici e quanti gli volevano bene, potranno andare a dirgli ciao.
Cecilia Cecchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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