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Le bombe su Portoferraio nel racconto di Castells

Le bombe su Portoferraio nel racconto di Castells

PORTOFERRAIO. Sono passati 71 anni dal giorno più lungo di Portoferraio. Ma il ricordo vissuto in prima persona dal portoferraiese Mario Castells è indelebile, avvalorato dalle conferme di...

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PORTOFERRAIO. Sono passati 71 anni dal giorno più lungo di Portoferraio. Ma il ricordo vissuto in prima persona dal portoferraiese Mario Castells è indelebile, avvalorato dalle conferme di Mariagrazia Vona.

Castells ha vissuto direttamente quell’orrendo giovedì, quando sulle 11 e 15 grappoli di bombe caddero sulla città lanciate da 7 Stuka tedeschi, insieme ai manifestini che “suggerivano” la resa incondizionata. Vona invece riporta la memoria di suo padre Rodolfo, della Marina Militare, segretario di Giuseppe Massimo, comandante del porto di allora. «L’infausto mattino del 16 ero in Marina – ricorda Castells classe 1917– scesi dal comando Dicat del Falcone, che coordinava le varie batterie antiaeree dell’Enfola, Capo Bianco, Le Grotte, Falconaia e altre. Il comandante Massimo mi aveva chiestodi censire chi era disposto ad opporsi ai tedeschi dopo l'8 settembre e di avvertire del grave pericolo la popolazione. Bisognava che tutti si allontanassero dal centro storico. Ma dominava il caos. La situazione precipitò e fu morte e distruzione sotto le bombe assassine». In mezzo a cadaveri e rovine Castells e altri corsero a togliere dalle macerie persone ferite. Quanti furono i morti? Duecento, trecento? Difficile precisarlo. C'erano diversi forestieri e alcuni cadaveri scomparvero per sempre nel profondo del mare. «Fu quindi il si salvi chi può – prosegue Castells – e raggiunsi Massimo al porto, mi dette viveri e una tenda e in barca raggiunsi la spiaggia dei Mangani, dove giorni dopo incontrai di nuovo il comandante. Si era rifugiato anche lui da quelle parti». E la figlia di Vona narra: «Mio padre distrusse tutti i documenti identificativi dei militari per evitarne l'identificazione e la deportazione nei lager. Poi prese due impermeabili per nascondere le divise e col comandante Massimo si spinse in una barca a motore e inseguiti dalle mitragliate tedesche raggiunse una villa di una insenatura lontana. Giorni dopo mio padre agevolò la fuga di Massimo per il continente, aiutato da un pescatore. L'ufficiale però fu poi catturato a Firenze, deportato e ucciso. Mio padre rimase alla macchia all'Elba e poi riuscì a unirsi alla 52esima brigata partigiana a Dongo con il nome di Varo».

Stefano Bramanti

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