«Non si affidino ai pazienti i nei da analizzare»
Uil interviene sui prelievi fatti nelle strutture private che si avvalgono dei laboratori Asl per la diagnosi, dando al cittadino la provetta da consegnare
PIOMBINO. Asportazione di nei, o altre formazioni della pelle, nelle strutture private. Anche perché le liste d’attesa a Villamarina sono lunghe. Relative analisi istologiche affidate all’Asl, con la porzione di tessuto da testare consegnata direttamente al paziente. Che si arma di ricetta rossa firmata dal medico curante - su cui, quasi mai sta scritto dove è avvenuto il prelievo - paga il ticket e porta, sempre lui stesso, il campione al laboratorio di Villamarina. Da lì, i tecnici inviano tutto al laboratorio centralizzato di Livorno insieme agli altri campioni da analizzare, destinati al capoluogo con l’introduzione del ben noto tour delle provette.
Il giro è questo. Ed è abbastanza complicato. Chiariamo subito che si può fare, di affidare ad un laboratorio pubblico, le analisi di materiale asportato in un centro privato. Si paga il ticket e finisce lì. Ci sono però un paio di elementi che destano perplessità tra alcuni pazienti stessi (che, tra l’altro, pensano erroneamente di godere di un percorso privilegiato nei tempi di risposta) e qualche addetto ai lavori. E sono quegli stessi elementi che fanno dire a Paolo Camelli (segreteria provinciale Uil funzione pubblica) che un conto sono le regole, altro conto le buone pratiche. Senza contare che le regole possono sempre cambiare in funzione di un miglioramento del servizio.
Camelli insiste sulla tracciabilità e sulla qualità. «Se una struttura privata non è in grado di completare il ciclo come dovrebbe, e cioè dall’asportazione alle analisi istologiche, dovrebbe però garantire essa stessa la consegna del campione ai laboratori pubblici. E dovrebbe farlo - afferma il sindacalista - seguendo gli stessi protocolli imposti all’Asl per il trasporto, in modo che il campione arrivi a destinazione in condizioni ottimali. Insomma, le provette non si possono consegnare ai pazienti».
«Va bene tutto finché tutto va bene. Nella sciagurata ipotesi che la lettura sia influenzata dalla non perfetta conservazione del materiale, chi è chiamato a rispondere di una diagnosi sbagliata? E poi - chiude il sindacalista - è necessario che i medici di base scrivano sulla ricetta dov’è che è stato fatto il prelievo. Non ci vuole molto». (v.p.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
