Il Tirreno

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DI CRISTIANO LOZITO

DI CRISTIANO LOZITO L’offerta della Jindal è arrivata, la Lucchini (quel che ne resta) avrà un nuovo proprietario. E’ una buona notizia, perché questa soluzione non era affatto scontata, perché...

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DI CRISTIANO LOZITO

L’offerta della Jindal è arrivata, la Lucchini (quel che ne resta) avrà un nuovo proprietario. E’ una buona notizia, perché questa soluzione non era affatto scontata, perché rappresenta una base da cui ripartire, e perché Sajjan Jindal è un industriale vero, ambizioso, credibile. Allo stesso tempo non c’è da festeggiare, perché a oggi la Val di Cornia lascia sul terreno 3.500 posti di lavoro, e la battaglia verso una possibile ripresa produttiva sarà lunga e dall’esito incerto.

E’ laconico il comunicato con cui l’amministrazione straordinaria della Lucchini fa sapere che l’offerta di Jindal è stata consegnata. Nulla si dice sui contenuti, ma del cuore dell’offerta, e cioè dei progetti per l’area a caldo, si è fatto custode e testimone il governatore Enrico Rossi, che solo pochi giorni fa ha incontrato l’industriale indiano parlando di un impegno di Jindal a presentare un piano industriale entro fine anno. Solo a quel punto si capirà davvero cosa si propone la Jsw, solo allora avrà un senso parlare di come e quando si riaprirà un’area a caldo, di quale sarà l’eventuale e reale fabbisogno energetico. Ma i prossimi tre mesi non possono essere di semplice attesa da parte del mondo politico e produttivo: tutti sanno che nella migliore delle ipotesi ci vorranno 3-4 anni per tornare a produrre acciaio, e il territorio non può vivere un periodo così lungo aggrappato agli ammortizzatori sociali. C’è l’Accordo di programma, certo, che però, a oggi, dal punto di vista occupazionale sembra offrire ben poco. Allora va subito verificata la proposta del sindacato (su cui il viceministro De Vincenti ha mostrato aperture) di dar vita a una grande opera di bonifica delle aree dismesse della fabbrica, in parte con un aiuto dello Stato, in parte con un autofinanziamento prodotto dal recupero del rottame. Ma c’è anche un altro impegno che la politica non può più rinviare: se è vero come è vero che il fallimento della Lucchini ha dimostrato che il territorio non può più pensare di sostenersi con una monocultura industriale, è arrivato il tempo non solo di interrogarsi sulle alternative, ma anche e soprattutto di portare rapidamente idee e proposte su come sostenere in parallelo settori fondamentali e in crisi come l’agricoltura, e altri già importanti e dalle grandi potenzialità, come il turismo, frenato da burocrazia, scarsa capacità manageriale e da una mentalità diffusa, ancora legata al tempo che fu.

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