Attenzione
Le Figaro stronca il Bicentenario di Napoleone all’Elba
Il quotidiano transalpino lancia l’idea di una sottoscrizione per salvare il giardino della Villa dei Mulini: è in stato di abbandono con muri scrostati e piante agonizzanti
PORTOFERRAIO. “Il giardino di Napoleone all’Isola d’Elba è in stato di abbandono". La critica fa male, perché arriva nel pieno delle celebrazioni del Bicentenario di Napoleone e, in particolare, da un quotidiano di levatura internazionale come Le Figaro. Il giornale transalpino ha infatti inviato nei giorni scorsi l’inviata Valèrie Lejeune all’Isola d’Elba per un reportage sul Bicentenario di Napoleone . E il quadro che emerge, in particolare per la Villa dei Mulini che di Napoleone è stata la residenza ufficiale negli anni dell’esilio, è pesante. Muri di cinta scrostati, piante agonizzanti, parterre devastati. Le Figaro descrive in questo modo il giardino esterno della Villa dei Mulini, lanciando persino l’idea di una sottoscrizione per permettere la riqualificazione del glorioso giardino.
Effetti collaterali, se vogliamo, del grande risalto che il Bicentenario ha portato all’Isola d’Elba. Sotto la luce dei riflettori, è evidente, anche i difetti si vedono in modo più chiaro.
FOTO: l'articolo da www.lefigaro.fr
Ecco la traduzione dell'articolo consultabile in lingua originale sul sito de "Le Figaro"
Il giardino di Napoleone all’Isola d’Elba è in stato abbandono
di Valerie Lejeune
Muri di cinta che si sgretolano, agavi morenti, parterre devastati: 200 anni dopo il suo esilio all'Elba, il giardino della residenza dell'Imperatore si presenta come un giardino desolato e irsuto. E’ urgente fare una riqualificazione!
Ci sarebbe bisogno di lanciare una sottoscrizione perché sia rinnovato il giardino della Villa dei Mulini, antica residenza di Napoleone Bonaparte all’Isola d'Elba al largo della Toscana? In 300 giorni di esilio, dal 3 Maggio, 1814 a 26 Febbraio 1815, l'Imperatore ha tracciato strade, piantato ulivi e castagni, cambiato le leggi, l’urbanistica e l’architettura, potenziato l’economia, insomma, ha inventato un piccolo paese che ha ricchezza e fama, anche disegnando una bandiera decorata con le tre api. Duecento anni dopo, la residenza imperiale è quasi abbandonata…
Nonostante quest’anno in cui si celebra il Bicentenario del suo esilio Napoleone sia ovunque all’Isola d'Elba, sulle pareti, nelle tazze, bottiglie d’acqua, magliette, anche in questa bella regione d'Italia, quando si finisce per trascinare le scarpe al palazzo dei Mulini per salutare la memoria di Napoleone rimaniamo molto delusi.
Giardino abbandonato
Fin dall'inizio, la Villa provoca fastidio mostrando senza spiegazione stanze talvolta vuote. Nel giardino, francamente, tutto ciò peggiora. E’ un incolto irsuto piantato su un tappeto di erba gialla, con pochi agavi agonizzanti, ad accogliere i visitatori. Il tutto costa 5 euro ed è permesso il giorno di riposo la domenica dopo pranzo e anche il martedì tutto il giorno. In Italia, questo si chiama “vergogna”. Uscendo dalla casa dell’Imperatore, abbiamo almeno imparato una bella parola... e ha vinto la voglia di saperne di più su questo casino vegetale.
All'ingresso del palazzo, nessuno sembra avere da ridire sullo stato pietoso del giardino. Cerchiamo vanamente tra i presenti una guida un po’ più anziana che descriva gli splendori passati del luogo. Al telefono, Alba Macripò, responsabile del museo da alcuni mesi davvero non capisce perché i francesi e turisti in generale, siano indignati. La sala della Paolina, sorella dell'imperatore, che ha dato il suo nome ad una spiaggia a nord dell’isola (la leggenda narra che le piacesse fare il bagno nuda...) non è ammobiliata? Com’è che la sala si presenta come una stazione ferroviaria? Questo è un po 'vero, ci dice la direttrice, ma la colpa è degli artigiani che stanno dando di nuovo ai mobili di antiquariato lo splendore della loro giovinezza. Tutto sarà pronto nel mese di ottobre promette, quando l'ultimo turista avrà girato i tacchi.
Muri di cinta lebbrosi
E il giardino? Anche lui non pervenuto. Al nostro interlocutore non è chiaro perché troviamo tristi queste piante trascurate, essiccate e che non sono stati tagliate per secoli, questi muri di cinta lebbrosi, queste palme decapitate, questi parterre così devastati che anche le erbacce sembrano annoiarsi nel bel mezzo di una piscina priva di acqua. No davvero, il nostro interlocutore non vede ... ma se può renderci felici, farà dare una pulita ai vialetti domani...
Roberta Martinelli, ex direttore del museo è molto più eloquente. In carica fino allo scorso mese di novembre, ha supervisionato il recupero architettonico della Villa dei Mulini, condotto nel 2013 con il finanziamento del Ministero per i Beni e le Attività Culturali italiano, ma ha sottolineato che l'ultima riorganizzazione dei giardini risale agli anni Cinquanta. Secondo lei, questi lavori avrebbero reso il luogo «pittoresco» ma senza alcun rapporto con il progetto iniziale di Napoleone. Il nostro interlocutore evoca il giardino italiano della Palazzina dei Mulini come si farebbe per un paradiso perduto, nato per volontà di Bonaparte. Ed ha cominciato a morire quando l'Imperatore ha lasciato l'isola. Pazzo per i giardini, l’imperatore li considerava, a Parigi o all’Isola d’Elba, come dei pezzi della sua casa. Lì riceveva, lì lavorava, lì passeggiava, lì perfino dormiva anche.
Paradiso perduto
Le piante non sono stati trascurati tagliati per le età. DR
Con il suo giardiniere Claude Hollard, ha fatto piantare fiori e piante mediterranee in tre appezzamenti confinanti con la Villa dei Mulini. Albicocchi, ciliegi, meli, peri, gelsi, cedri e peschi sono stati piantati anche perché Napoleone amava gli agrumi. Roberta Martinelli, che aveva lavorato a stretto contatto con Bernard Chevallier, allora responsabile della Malmaison, per ridefinire la costruzione dei Mulini e, in particolare, per ridistribuire la posizione delle stanze proprio come Napoleone aveva fatto, ha anche lavorato con l'architetto Velia Gini al ripristino dei diversi giardini intorno alla casa. C'è un piano, che permetterebbe di ripristinarli come erano in passato. Ci vorrà il terzo centenario?
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