Attenzione
«La miglior risorsa, i nostri dipendenti»
La Due Emme dà lavoro a 130 persone, ma non si ferma: «In programma un’altra quarantina di assunzioni»
di Francesca Barone
PIOMBINO Un'azienda solida, strutturata e del nostro territorio. Un'azienda il cui nome parla della sua proprietà. Due Emme, iniziali di un cognome, lo stesso, ma doppio: Monelli. Cioè Ivano e Gino, cugini nella vita, soci negli affari. Ma guai a personalizzare! «La forza della nostra azienda è la squadra – dice con convinzione Ivano – Tutti qua ci mettono l'anima. Insieme si entra in campo e si cerca di vincere. È l'azienda che conta. Per questo non è giusto personalizzare».
Circa settanta dipendenti a tempo indeterminato, diciassette interinali (dopo la prova verranno assunti) e una cinquantina di persone dalle ditte dell'indotto. Questa è la Due Emme. Un'azienda strutturata, con clienti in tutto il mondo, che si occupa di impianti elettrici e idroelettrici, estrazione di olio, gas e petrolio. Un'azienda in continuo sviluppo che al primo posto tra gli investimenti mette le risorse umane. «Dal primo gennaio 2013 al 30 maggio 2014 abbiamo fatto 14 assunzioni – spiega Monelli – E dato che ci stiamo accingendo a raddoppiare sia gli uffici che la capacità produttiva, nei prossimi quattro anni assumeremo un'altra quarantina di persone. Sa cosa ci piacerebbe ora? Avere in azienda una donna ingegnere». Requisiti principali per entrare a far parte della Due Emme, essere giovani e del territorio. «L'età media dei nostri dipendenti è di 33 anni – spiega Ivano – assumiamo diciannovenni appena diplomati e 24enni laureati, più che altro ingegneri. Preferiamo prendere i ragazzi appena escono da scuola per poi formarli direttamente in azienda e “vestirli” di quello che è il nostro modo di lavorare. Per questo ci rivolgiamo tutti gli anni alle superiori, parlando con i docenti e offrendo stage ai ragazzi di quarta e quinta. Inoltre assumiamo persone del territorio, distanti da Piombino al massimo 50 chilometri, perché non vogliamo che la mattina venire al lavoro diventi un sacrificio, rischiando poi che il dipendente ci lasci per un impiego più vicino a casa. Per preparare una persona ci vogliono anni, è un grosso investimento da parte dell'azienda».
La formazione. «Investiamo molto sulla formazione dei nostri dipendenti – interviene Diego Monelli, figlio di Ivano e responsabile del ramo commerciale – anche perché, per questa azienda, la risorsa umana non può essere sostituita da macchine o software». Assumere, formare e localizzare. Un terno alla base del modello di impresa sposato dai Monelli, perché come sottolinea Ivano, «bisogna stare attenti a cosa si intende per imprenditori! Per me l'impresa è la manifattura, è quella destinata a crescere e a lasciare qualcosa sul territorio. Fa impresa chi ha una struttura, chi assume, chi ha all'interno delle persone che conoscono il proprio mestiere e che possono esportare il proprio sapere in giro per l'Italia e per il mondo. Questo è un modello di impresa! Andare all'estero a mettere un'azienda qualsiasi non è da imprenditori ma da “prenditori”. L'impresa è quella che rimane nel proprio Paese, è quella che dà, è quella che è anche in grado di muoversi in giro per il mondo. Vado cioè a localizzare. Attraverso politiche commerciali mirate, vado sui mercati dove il mio prodotto può essere venduto. Come potrei pensare di andare a delocalizzare? Qui in azienda ho un capitale, dato dalle risorse umane, che in qualsiasi parte del mondo, ammesso che lo trovi, mi ci vogliano minimo dieci anni per formarlo di nuovo. Allora voglio tenere duro e continuare a fare impresa nel mio Paese».
Politica assente. «In Italia – continua – siamo arrivati a questi livelli perché abbiamo perso il manifatturiero, colpa di una politica governativa assente da 20 anni. Tutte le aziende più importanti o sono state chiuse o sono state acquisite. Eppure, noi italiani abbiamo ancora un'inventiva e una manualità rare da trovare nel resto del mondo». Se è molto critico verso la politica governativa nazionale, Ivano Monelli non lo è di meno verso quella locale. «Soli come adesso – denuncia – noi non ci siamo mai sentiti. Nell'incuria e nel disinteresse più totale. Tutti si riempiono la bocca con l'occupazione, poi però se ne fregano. Io oggi un interlocutore non lo vedo. I politici, gli amministratori e i sindacati non sanno nemmeno cosa si fa qui dentro. Se questa azienda dovesse chiudere oltre 130 famiglie si troverebbero senza uno stipendio. In questa strada le uniche aziende aperte siamo noi e quella che lavora per noi. Le altre sono chiuse. Questa è la realtà. Allora, a chi interessa l'azienda? A chi interessa il lavoro? A chi interessa l'occupazione? A chi interessa la problematica sociale? Questa è la realtà in cui viviamo».
Basta... fumi. «Bisogna – continua Monelli – che amministratori e politici si tolgano dal cervello i residui dei fumi e si rendano conto che il lavoro si può creare solo diversificando l'economia. Spero che questa nuova giunta si accorga dei disastri che questo territorio ha subito e che dia la possibilità, a chi ha voglia di fare qualcosa rischiando in proprio, di creare occupazione e portare innovazione. Le politiche economiche andrebbero indirizzate principalmente in quattro settori: siderurgia, agricoltura, portualità, turismo».
«A Piombino – spiega Ivano – si può ancora fare acciaio, ma in un certo modo, con tecnologie moderne e liberando minimo il 50% delle aree industriali vicine al porto. L'agricoltura della Val di Cornia vale un terzo del prodotto dell'intera Toscana. Bisogna solo capire che il valore aggiunto non è nella semplice produzione, ma nella trasformazione del prodotto. Il porto ha potenzialità sia a livello turistico che commerciale per le aree retroportuali. Riguardo al turismo mancano qualità, servizi e cultura. La gente viene la mattina e va via la sera e cosa lascia al territorio? Il più delle volte la borsina dello sporco».
Rimboccarsi le maniche, condividere idee e individuare progetti validi. Questo è necessario secondo Monelli. «Non c'è più tempo per gli annunci, i proclami, le aspettative – dice – Noi stiamo perdendo un pezzettino di economia al giorno. Che fine farà questo territorio se qualcuno non inizia davvero a fare le cose sul serio? I nostri amministratori devono mettere i privati in condizione di fare investimenti. O la politica riesce ad avere la flessibilità che impone il momento, o si fallisce. Basta immobilismo. Oggi a governare ci vuole gente con idee, coraggio e che dica le cose come stanno».
Parola d’ordine, diversificare. Parola d'ordine: diversificazione, vietato adagiarsi, obbligatorio investire. Su questo si è sempre basata la filosofia della famiglia Monelli. È il 1978, quando Ivano Monelli inizia a fare impianti elettrici nelle case. Poi arrivano palazzi, banche, supermercati e ospedali, tra cui Villamarina. «Sono partito solo – ricorda Ivano – ma in di sette anni eravamo in otto». A dicembre 1987 nasce la Due Emme, Monelli e Monelli: Ivano e il cugino Gino, costituiscono una snc. «Alla fine degli anni Ottanta abbiamo iniziato a lavorare nell'industria – racconta – Siamo entrati in Magona, Lucchini, Dalmine e Solvay, per poi andare a lavorare in Italia e all'estero».
L'azienda cresceva e cominciava a strutturarsi. «Nei primi anni ’90 abbiamo inserito la prima persona nell'ufficio tecnico, adesso ne abbiamo 16». Così nel 1993 la Due Emme si trasforma in srl e comincia il percorso di diversificazione che la porta a diventare la solida azienda di oggi. «Siamo entrati nel mondo Enel, prima con Tor del sale, poi con Larderello. E abbiamo realizzato, per la progettazione impiantistica, molte centrali idroelettriche in Italia e all'estero». Nel 2000 il cambio della sede. «Eravamo così tanti, soprattutto impiegati e tecnici, che abbiamo acquistato il terreno e costruito questo struttura, ricavando 400 mq di uffici e un capannone. A quel tempo la nuova sede ci sembrava anche troppo grande. Avevamo solo 6 progettisti. Adesso sono il doppio. Per questo, a breve inizieremo i lavori per ricavare altri 500 mq di uffici». L'ulteriore passaggio avviene del 2006, con l'acquisizione di una società di oliodinamica. «Stava per chiudere – spiega – e così l'abbiamo rilevata, compresi i 36 dipendenti. Ci siamo lanciati anche nel settore della termodinamica. Siccome però, già nel 2006, si intravedeva la crisi siderurgica, non ci piaceva che il nuovo ramo di azienda fosse monosettore. Allora ci siamo buttati sul petrolio e sul gas. Abbiamo convertito l'azienda e i macchinari e ci siamo formati».
«Oggi il nostro core business è il settore estrattivo dell'olio, del petrolio e del gas, ed è per questo che lavoriamo in tutto il mondo. Con ogni nostro macchinario andiamo direttamente noi ad occuparci della parte impiantistica». «Nonostante l'azienda abbia raggiunto questi livelli continuiamo a fare impianti elettrici negli appartamenti. Non vogliamo perdere alcuna delle nostre conoscenze. Questo per me significa diversificare».
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