Il Tirreno

«Porto Azzurro può tornare un esempio»

di Luca Centini
«Porto Azzurro può tornare un esempio»

Visita del sottosegretario Ferri dopo la denuncia anonima al garante, un morto e un suicidio sventato dagli agenti

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PORTO AZZURRO. «Questo carcere ha le potenzialità per tornare ad essere un’eccellenza e non un inferno». Cosimo Ferri, sottosegretario alla giustizia con delega alle carceri italiane, ha voluto vedere con i suoi occhi le condizioni in cui versa la casa di reclusione di Porto Azzurro. Una struttura che si è trasformata, nel giro di pochi anni, da modello per la ricchezza delle sue attività lavorative e di reinserimento a una realtà dura, difficile da vivere per i detenuti.

È stata una lettera anonima, finita sulla scrivania del garante regionale dei detenuti Franco Corleone, a gettare nuove ombre sulla gestione della casa di reclusione dell’Isola d’Elba: «il carcere di Porto Azzurro è abbandonato a se stesso». E i casi di cronaca degli ultimi giorni, un detenuto morto (per cause naturali, pare) e uno salvato da un suicidio dagli agenti di polizia penitenziaria (trasferito in queste ore in un altro istituto) hanno fatto scattare l’allarme.

Il sopralluogo. Ieri mattina il sottosegretario Vincenti si è presentato alle 8 in punto davanti al cancello della casa di reclusione di Porto Azzurro, accolto dal personale del carcere. La visita è durata circa un’ora. «Sono stato nel primo e secondo reparto del penitenziario, visionando le celle – racconta il sottosegretario Ferri – poi nell’area destinata ai detenuti in semi libertà e agli uffici del personale del penitenziario. Ho visitato la zona ricreativa e l’infermeria. Le criticità strutturali ci sono, così come ce ne sono negli altri istituti carcerari italiani. Ma il vero problema di Porto Azzurro è l’ozio forzato per i detenuti e il deperimento delle attività lavorative e ricreative dentro il carcere. Proprio quello che lo rendevano un modello da seguire».

Risorse a picco. C’era una volta la casa di reclusione di Porto Azzurro con una legatoria, la redazione di un giornale, una copisteria. Poi c’era la falegnameria e un’officina ben attrezzata. Una macchina che, di fatto, impiegava un nutrito gruppo di detenuti. Lavoro e rieducazione, insomma. Ma le cose, con gli anni, sono cambiate. L’officina è chiusa, il giornale non c’è più. Il forno, lanciato solo pochi anni fa, versa in condizioni economiche critiche. «È su questo che l’amministrazione penitenziaria deve intervenire – fa sapere il sottosegretario Cosimo Ferri, parlando davanti al sindaco di Porto Azzurro Luca Simoni – ci sono le condizioni per riportare questa casa di reclusione alle condizioni di pochi anni fa riattivando la produzione agricola interna, creando gli spazi per impiegare i detenuti in lavori di pubblica utilità. Le risorse? Stiamo parlando di piccoli interventi che, tuttavia, sono di un’importanza decisiva per il benessere dei detenuti e per agevolare il lavoro della polizia penitenziaria».

Direttore e garante. Il senso di abbandono del carcere di Porto Azzurro è alimentato anche dall’assenza, da quasi tre anni, di un direttore stabile. A ciò si aggiunge la mancanza della figura chiave del garante dei detenuti. Il sottosegretario Cosimo Ferri ha voluto incontrare il sindaco Luca Simoni, sollecitando la nomina di un garante per Porto azzurro. Il primo cittadino ha assicurato una designazione in tempi rapidi. «Il direttore arriverà in autunno – fa sapere Ferri – il suo insediamento è fondamentale, dal momento che si avrà di nuovo un punto di riferimento per imbastire progetti a lungo termine».

Solo pene lunghe. Una volta Porto Azzurro accoglieva solo detenuti con pene da cinque anni in su. Oggi, invece, le celle ospitano un mix variegato, fin troppo secondo gli agenti di polizia penitenziaria, di detenuti, sia per tipo di pena che per cultura ed etnia. Ciò ha inevitabilmente rotto l’equilibrio all’interno della struttura e alimentato un clima teso e, spesso, violento tra i detenuti.

«Prima l’istituto elbano era una vera casa di reclusione, ora è una grande casa circondariale – racconta il sottosegretario – l’impegno è di sollecitare l’amministrazione penitenziaria a riportare all’Elba solo detenuti con pene più lunghe, con più consapevolezza della vita carceraria e del percorso di rieducazione da compiere. Solo così si potrà tornare ad investire su progetti a lungo termine».

Il ruolo delle associazioni. Al termine del sopralluogo il sottosegretario alla giustizia ha incontrato Licia Baldi, presidente dell’associazione Dialogo. Il deperimento delle attività all’interno del carcere ha coinvolto, in questi anni, anche il volontariato, fiaccato dalle difficoltà strutturali e dalla scarsità di risorse. La biblioteca, ad esempio, è chiusa, le attività ricreative vanno avanti solo grazie alla passione di alcuni volontari. Anche la scuola, nonostante il finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmi di Livorno, incontra delle difficoltà, mentre la Regione sostiene le attività di teatro. «Ma tanti progetti sono bloccati da anni – fa il punto il sottosegretario Ferri – occorre dare nuova linfa a queste attività, rimotivando gli stessi operatori. Porto Azzurro era vissuto come una destinazione premio per i detenuti. E così deve tornare».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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