Il Tirreno

Dall’Ilva all’arredamento di megaville

di Francesca Zamboni
Dall’Ilva all’arredamento di megaville

Giorgio Liberati, una vita che sembra un romanzo: è stato operaio ma sognava di diventare imprenditore. E ci è riuscito

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VENTURINA. Giorgio Liberati, classe 1939 e un’esistenza dedicata al lavoro, passando dal tanto agognato posto fisso all’Ilva negli anni Sessanta al dinamico mondo dell’imprenditoria poco tempo dopo. Un uomo poliedrico e geniale che ha fatto della creatività il suo punto di forza, arrivando a toccare con mano vicende storiche e politiche degne di un film in bianco e nero. La sua non è solo una mera testimonianza, ma un insegnamento di vita, sottolineando sì l’importanza del lavoro, ma ancor di più la capacità di osare e di cambiare, soprattutto quando la società impone modelli lavorativi da seguire come appunto il posto fisso. E il nostro protagonista ne è la prova. Nato in una famiglia operaia e rimasto orfano di madre a un anno e mezzo, Liberati ha sempre respirato gli odori e le sensazioni di questa realtà.

«Ho passato la mia infanzia - racconta Liberati - in via Livorno a Piombino, tra il muro dell’Ilva e quello della Magona. Tutto ruotava attorno a questo mondo: l'asilo, il circolino, i campi da tennis. A 16 anni, dopo le scuole medie, fui assunto dalla Galbani come magazziniere. A 18 ero già rappresentante e lavoravo dalle 6 del mattino alle 8 della sera senza sosta. Un lavoro che al di là dello stipendio, un fisso più una percentuale, e il grande aiuto datomi dal mio capufficio Nedo Caroti, non mi lasciava molto spazio da dedicare alla famiglia, visto che a vent’anni mi ero sposato e a 23 ero già padre di una bambina».

Ed ecco che Liberati decide di dare una svolta alla sua esistenza, lascia il posto di rappresentante preferendo l’Ilva. Quello stabilimento che lo aveva accompagnato sin dalla sua nascita e che nel 1962 fece il boom di assunzioni. Tra quelle assunzioni ci fu anche quella di Giorgio che da tempo aspirava a quel tipo di lavoro, fatto sì di turni ma anche di una mezza giornata libera. «Ore a disposizione - spiega Liberati - che avrei potuto gestire a mio piacere. Durante le selezioni mi dissero che sarei entrato come operaio e non come impiegato. Ma a me non interessava la qualifica. Io desideravo un po’ di flessibilità. Inizialmente fui messo ai rimpiazzi, dunque spalavo il carbone, pulivo l’altoforno e tante altre mansioni. Dopo sei mesi feci un rimpiazzo al controllo qualità sotto la direzione di Mario Londi, che mi dette grande fiducia e segnò una svolta importante nel mio percorso lavorativo. Dopo quattro anni fui infatti trasferito per un periodo a Napoli e per un paio di mesi a Genova, sempre con lo stesso compito. Una volta tornato a Piombino passai di grado, divenendo un impiegato a tutti gli effetti».

E quando Giorgio poteva ritenersi appagato, l'insoddisfazione tornò a galla. Nonostante gli obiettivi raggiunti, cominciò a sentire una profonda insofferenza per la fabbrica; quella fabbrica che lo obbligava a timbrare un cartellino due volte al giorno, limitando la sua creatività e la sua vera indole di imprenditore dinamico e brillante. L’occasione per diventarlo si presentò nel 1978, quando Liberati conobbe un imprenditore bolognese che trattava prodotti omeopatici e cosmetici. Un incontro che divenne un sodalizio, tanto che in poco tempo Giorgio lasciò l’Ilva per frequentare un corso universitario in tricologia e omeopatia e per aprire in Toscana ben tre centri.

«La mia - spiega l'imprenditore - fu una scelta dettata anche dal fatto che in quel periodo l’Ilva proponeva buone liquidazioni per chi si fosse licenziato e io seguii questa strada per intraprenderne un’altra più consona al mio temperamento, che mi permise di fare nuove conoscenze tra cui un medico di Roma che, nel 1989, mi regalò un viaggio in Russia. Per me fu l’inizio di una nuova avventura che doveva durare quindici giorni e che invece è durata moltissimi anni. Dopo tre mesi feci infatti ritorno in questa terra affascinante, protagonista di un mutamento storico eclatante, che ho vissuto in prima persona».

Liberati parla, a tal proposito, di un paese chiuso che aveva una forte esigenza di esprimersi, di aprirsi verso i modelli occidentali. E sull’onda di questa trasformazione, l'imprenditore venturinese non solo dette vita a una serie di progetti lavorativi, ma allacciò anche contatti con importanti vertici istituzionali, tra cui il ministro dei servizi Dudenkov, tanto che in poco tempo chiese e ottenne un visto non turistico da Mosca . Da qui l’apertura di un primo ufficio di rappresentanza e il tentativo di creare in Russia un centro estetico di 3000mq. Progetto che non andò in porto a causa delle vicende politiche del paese che impedirono di trovare lo spazio necessario per dar vita al centro estetico. Fu così che Liberati decise di dare libero sfogo all’altra sua grande passione: l’arredamento. Un settore che, in un momento di evoluzione come fu quello della Russia, rappresentò una carta vincente. Liberati ha arredato infatti, con la società Archiproject, ville lussuose e faraoniche, sbizzarrendosi con progetti al limite dell'impossibile; arrivando a ricreare paesaggi naturali al loro interno. Tra i suoi lavori, figurano anche i primi progetti di “case intelligenti”, il cui funzionamento è prettamente se non esclusivamente computerizzato. Un’ avventura, quella dell’imprenditore venturinese, che di riflesso ha valorizzato anche il nostro territorio. Molti ministri russi hanno infatti potuto visitare, grazie a Liberati, la nostra regione e apprezzarne l’imprenditoria. Per non parlare dei quadri della pittrice venturinese Paola Zannoni, che Giorgio Liberati ha portato in Russia, esponendoli in una mostra per i 150 anni dell'Unità d'Italia. Quindi tanta voglia di evadere, creare, ma anche tanto spirito di patria. Perché Liberati non hai mai dimenticato il suo paese, riuscendo a promuovere il territorio toscano attraverso il canale estero. Una strategia che può essere utilizzata solo da chi ha forti potenzialità e tanta voglia di osare, proprio come il nostro protagonista.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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