Il dolore
Carcere, il lavoro non c’è più
Associazioni preoccupate: in pochi anni le attività per i 338 detenuti sono calate del 60%
PORTO AZZURRO. Il carcere di Porto Azzurro non è solo una fortezza che tiene reclusi i detenuti. A Forte San Giacomo c’è del buono, come dimostra il panorama delle attività in corso che volontari ed operatori portano avanti pur tra mille difficoltà per i 338 reclusi che oggi sono presenti nella struttura. Eppure, a guardare i dati forniti dalle associazioni, la qualità della vita all’interno del penitenziario, a causa del sovraffollamento e al deperimento delle attività lavorative, sta scendendo in modo preoccupante. Ne hanno parlato le associazioni in un incontro organizzato nella cittadella di Forte San Giacomo per ricordare che «il carcere non è un semplice contenitore di condannati» ma una realtà viva, una struttura che non può restare nascosta al nostro territorio ma che ne fa parte e che rappresenta un potenziale in termini economici e sociale.
Una struttura che deve fare i conti con la diminuzione costante di risorse che comporta il venire meno di attività fondamentali per i detenuti tra cui come il lavoro a cui accedono sempre meno. Oggi lavora all’interno del carcere il 20% dei reclusi dell’istituto elbano, a fronte di un buon 80% di alcuni anni fa.
Eppure alcune eccellenze dimostrano come sarebbe molto più semplice la vita tra le mura spagnole se tutti potessero portare avanti qualche attività come il panificio in cui ogni notte lavorano cinque detenuti e che sforna tre quintali di pane al giorno e che produce anche pizze, schiacce e dolci.
O la mostra artigianale “le valigie di Napoleone” realizzata in sole 12 ore di lavoro e che sarà esposta nella galleria Gulliver a Marciana Marina dal 14 giugno. E poi la scuola, i laboratori di teatrali, le attività di rugby con l’Elba Rugby, nonostante il campo disastrato, il progetto Trio di formazione a distanza, le attività culturali della Unitre, quelle delle associazioni di volontariato Dialogo e San Vincenzo de Paoli , il percorso sull’alcolismo, l’allevamento di api, il progetto europeo sul cibo della Coop Beniamono con Slow Food, la partecipazione come giudici lettori al premio Strega.
«Il nostro carcere sta vivendo un periodo di profonda crisi soprattutto di carattere economico – ci ha detto Giuseppina Canu, capo area educativa all’interno del carcere di Porto Azzurro – i detenuti svolgono solo lavori domestici e anche piuttosto limitati. Il 50% di loro è straniero e quindi non può contare su alcuna entrata economica. L’idea è quella di aprire i detenuti ad offerte lavorative per dimostrare che sono in grado di offrire manodopera pronta ad essere reinserita».
All’interno del carcere sono state bloccate numerose lavorazioni, di tutti i tipi perché non ci sono più le cosiddette “mercedi”, i soldi per poter pagare il carcerato che lavora.
Obiettivo dell’amministrazione penitenziaria ora è riattivare queste lavorazioni per impiegare i detenuti inm attività lavorative. «Non dimentichiamo – ricorda Canu – che in questi casi chi assume detenuti ha sgravi fiscali, agevolazioni a vantaggio di privati e cooperative. Non siamo una fortezza avulsa ma un grosso potenziale. Chiediamo che il territorio si apra a questa realtà. Ne è un esempio la cooperativa Nesos che lavora all’interno dell’istituto. Qui ci sono laboratori di tutti i tipi, officine meccaniche, carrozzerie, per dirne alcune, che rischiano di diventare obsolete. Con piccoli interventi potrebbero essere riattivate e dare opportunità di lavoro sia ai nostri detenuti che ad esterni».
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