Il Tirreno

Alle imprese mancano quasi due milioni

di Alessandro De Gregorio
Alle imprese mancano quasi due milioni

Paoletti: «Sono una dozzina le aziende che non vedono un euro da dicembre e che non ce la fanno più a sopravvivere»

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PIOMBINO. Non solo la 3M, la Iosa e la Volpini. Sono una dozzina le imprese che non riscuotono da dicembre. La Lucchini non paga, è indietro di quasi due milioni. E la mazzata a una situazione già compromessa è stata quella proroga di venti giorni decisa a cavallo tra gennaio e febbraio, seguita poi dai soldi spesi per mantenere in vita l’altoforno.

E’ la fotografia scattata da Umberto Paoletti, direttore di Confindustria Livorno, preoccupatissimo per le sorti di un indotto con l’acqua alla gola.

Paoletti, da quanto tempo la Lucchini non paga le imprese?

«Non da ora. All’epoca del commissariamento, quindi nel dicembre 2012, i crediti che il sistema dell’indotto vantava nei confronti dello stabilimento ex Severstal ammontavano a 13 milioni di euro. Ma questo è soltanto il dato economico-finanziario di quel periodo. In precedenza e sistematicamente, per un’abitudine che purtroppo è invalsa quasi sempre nella gestione del rapporto con l’indotto, il sistema delle aziende si è dovuto fare carico delle difficoltà finanziarie dello stabilimento. Con l’aiuto della Regione facemmo intervenire Fidi Toscana per le pratiche di affidamento diretto alle singole aziende, che altrimenti sarebbero rimaste soffocate dai mancati pagamenti della Lucchini. Perché quei 13 milioni sono quelli contabilizzati ma la cifra nell’arco degli anni è molto più elevata. L’indotto è il partner effettivo e stabile che si è fatto carico, sia dal punto di vista economico che occupazionale, delle difficoltà dello stabilimento. La stessa Fidi Toscana a suo tempo fece un’operazione di appoggio utilissima, ma si trattava di anticipazioni che gravavano sui bilanci finanziari delle piccole aziende. Questo è lo status quo prima del commissariamento».

Durante il commissariamento cosa è cambiato? E a quanto ammontano i crediti attualmente?

«Il commissario Nardi è stato incaricato di garantire la continuità aziendale fino alla vendita, quindi pienamente legittimato a dare commesse per l’attività manifatturiera. A oggi, i crediti complessivi di queste commesse sono tre milioni di euro. Di questi, sono scaduti oltre la metà: un milione e 800mila euro. In un sistema provato, per non dire devastato, ci sono aziende che hanno lavorato e che da dicembre non hanno ancora visto un euro. Sono una dozzina».

Quante aziende lavorano oggi nell’indotto?

«Dal 2008 sono passate da 35 a 27. Danno lavoro a 1.100 dipendenti, ne abbiamo persi 115. Ma sono numeri relativi. Nell’indotto orbitano mediamente duemila persone. Gli ammortizzatori sociali attivati dallo scorso anno riguardano circa 300 lavoratori sparsi nelle varie aziende. In base alla piega che prenderà la situazione, questi ammortizzatori sono anticipazioni di cessazioni di rapporto. Nell’indotto si sta verificando un’emorragia non visibile, perché nell’ordine di decine e non di centinaia di posti di lavoro. Ma è una perdita progressiva e continuativa. Un po’ come quello che è successo nell’edilizia. E le aziende chiudono perché non possono continuare a reggere un gravame finanziario rispetto al quale non hanno ricevuto alcuna attenuazione».

In che senso?

«Nessuno ha tenuto conto della valutazione finanziaria di queste aziende rispetto al sistema creditizio: le imprese erano in difficoltà non perché avevano fatto speculazioni sbagliate ma perché non venivano pagate per il lavoro effettuato. Tutto questo ha prodotto e produce danni gravissimi da un punto di vista di reputazione bancaria. Insomma, queste aziende subiscono anche un ulteriore danno».

Cosa ha fatto Confindustria?

«Abbiamo informato tutti. Abbiamo scritto al prefetto di Livorno, al commissario Nardi e anche al sindaco. Tranne il sindaco Anselmi, gli altri non ci hanno risposto. In compenso ci sono stati altri ritardi»

Si riferisce ai 20 giorni di proroga?

«Anche. Quei 20 giorni hanno aggravato il danno, un danno strutturale. Ma poi perché? Quando si proroga un termine del genere, i casi sono due: si pensa che ci sia la possibilità di migliorare le offerte oppure non si ha la gestione della faccenda e, non sapendo come chiuderla, si rinvia. Una proroga poi si concede se qualcuno la chiede. Non si è mai capito chi l’abbia chiesta. Così i pochi soldi rimasti si sono dovuti impiegare per il minerale. Era necessario per la continuità dell’altoforno, certo. Ma se si rastrella tutto, in quali condizioni ci arriviamo al traguardo? ».

Questione di giorni, se non di ore, e conosceremo il futuro della Lucchini. Lei cosa prevede?

«Io spero che non venga azzerato ma nemmeno ridimensionato paurosamente un sistema industriale che regge ben oltre la Val di Cornia. Stiamo parlando del secondo polo siderurgico italiano. Nell’indotto di un gigante come le acciaierie sono poi cresciute e hanno versato professionalità e competenze fior di aziende sia territoriali che non, che poi a loro volta sono servite a creare una catena nelle manutenzioni delle altre realtà industriali del territorio. Perdere tutto questo sarebbe assurdo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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