Maxi bolletta: Garufo assolto anche dalla Corte dei conti
L’ex assessore vittima di un contratto sconveniente: «Queste due sentenze hanno fatto piena luce» Ora i giudici chiedono alla procura erariale di accertare i veri responsabili: nel mirino la Provincia
PIOMBINO. Era stato già assolto sul fronte penale. Ora anche la Corte dei conti ha stabilito che Rocco Garufo, 42 anni, piombinese, ex assessore provinciale all’ambiente, non dovrà sborsare un centesimo per quella bolletta web da 50mila euro. Non solo: di fatto i giudici contabili chiedono alla procura della stessa Corte dei conti di riaprire le indagini per chiarire chi dovrà rimborsare quella somma. C’è un passaggio nella sentenza depositata l’altroieri che recita così: «Altri soggetti, evidentemente coloro che hanno stipulato e permesso il mantenimento del contratto Tim maxi data senza supervisionare e monitorare il trend dei consumi (ma tale indagine è estranea all'odierna domanda), devono eventualmente essere considerati responsabili della spesa che si connota sicuramente di dannosità e di inutilità».
La storia. Facciamo un passo indietro per ripercorrere questa vicenda, che suscitò una vasta eco e costò la carriera a quello che veniva indicato come l’enfant prodige degli allora Ds. Era il 2008. Garufo si vide accusare di peculato per aver navigato su internet con una scheda della Provincia (totalizzando in un anno una spesa di 49.760,53 euro); e anche per falso, per aver successivamente denunciato il furto di uno dei due pc «in modo da sviare le indagini».
L’assoluzione del gup. Nel gennaio di quest’anno Garufo era stato assolto dal gup Beatrice Dani grazie a una perizia con cui fu verificato il suo reale traffico online confrontato con quello degli altri colleghi che avevano un’altra tariffa. Un «contratto sconveniente» lo definì il consulente, spiegando che «sulla base degli addebiti applicati dal gestore per il volume dati scaricati nel periodo di interesse è apparso evidente che, se all’utenza di Garufo fosse stata applicata l'opzione che avevano alcuni colleghi, non gli sarebbero stati addebitati consumi over franchigia e quindi l’unico addebito sarebbe stato quello del canone di 100 euro, Iva esclusa, al bimestre».
L’assoluzione della Corte. Scrive anche la Corte dei conti: «La decisione di assoluzione (del giudice penale, ndr) si fonda sull’assunto secondo cui se in un primo tempo solo apparentemente poteva emergere la responsabilità del Garufo, poiché il consumo elevato del collegamento internet effettuato con la chiavetta assegnatagli in dotazione non poteva che essere verosimilmente attribuito alla sua condotta, con la consulenza tecnica è stato chiarito invece che il collegamento che questi effettuava dal suo pc si caratterizzava per la sua ridotta durata giornaliera e che, invece, l’oneroso canone (...) era dovuto (...) allo svantaggioso contratto di utenza stipulato dalla Provincia, il Maxi Tim data. (...) La farraginosa macchina dell’amministrazione provinciale avrebbe dimostrato scarsa trasparenza, ordine ed efficienza nella gestione della propria attività, cosicché in un primo tempo non era stato agevole reperire tutti gli elementi utili all’analisi».
Nuove indagini. Un giudizio netto, che viene sottolineato anche da uno degli avvocati di Garufo, il professore fiorentino Mario Chiti: «Ora ci aspettiamo che la Procura presso la Corte dei conti riapra le indagini, la richiesta è evidente».
Spiega ancora la Corte: «Il giudice penale ha assolto il convenuto in quanto ha accertato un utilizzo della chiavetta per la connessione internet da parte di Garufo del tutto compatibile con l’attività istituzionale per durata, entità di traffico e tipologia di connessione. La tipologia di traffico tariffario cui accedeva il suo dispositivo era decisamente sconveniente e gravativo per l’utente, tanto più in confronto alla successiva offerta Alice mobile full».
Dimissioni e rimborsi. Quando esplose il caso Garufo si dimise, accordandosi con la Provincia per restituire 500 euro al mese. A quota 5.100 euro smise. Era senza lavoro, non ce la faceva più a pagare. La Provincia inviò solo allora la pratica alla Corte dei conti, che a sua volta girò il fascicolo alla Procura la quale avviò il procedimento penale.
Cassazione. Una procedura all’incontrario e tuttora aperta sul fronte penale, essendo pendente in Cassazione il ricorso presentato dalla Procura generale di Firenze nei confronti del presidente Giorgio Kutufà e del ragioniere capo Alberto Bartalucci. Anche loro a gennaio erano stati prosciolti dall'accusa di omessa denuncia. Il reato ipotizzato rimane lo stesso, la Cassazione non ha ancora deciso e il rischio dal punto di vista penale è minimo.
Chi paga? E' il danno erariale che continua a ballare, quei 50mila euro che qualcuno, prima o poi, dovrà tirare fuori.Non sarà Garufo a farlo. Lui anzi potrà recuperare i 5.100 euro già versati, ma solo quelli. La Corte ha respinto la richiesta in ordine alle spese legali: fosse stato un dipendente sarebbe stato coperto, ma lui all’epoca ricopriva una carica elettiva no.
«E’ stata fatta piena luce». «Almeno queste due sentenze hanno fatto piena luce - si consola Garufo - Questa vicenda mi ha distrutto la vita. Non tanto la carriera politica, quella sarebbe stato il minimo». Ora Garufo lavora, per alcuni anni dovrà continuare a pagare. Le spese legali sono ingenti. Ma la dignità e l’onorabilità non hanno prezzo. Lo dice quasi sottovoce.
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