Sicurezza
Un giorno sull’isola devastata dal ciclone
La consegna del materiale al centro di stoccaggio, poi in giro a portare pasti caldi. Solidarietà in mezzo a tanto caos
INVIATO A OLBIA. E’ ancora buio pesto quando il ro-ro Giuseppe Sa della Moby attracca al porto di Olbia. Sono le 6 e il gruppo dei volontari ha in corpo soltanto caffè e adrenalina. C’è voglia di fare, di rendersi utili. Il cargo sputa il tir e i furgoni zipilli di materiale.
Sul molo ad attenderci ci sono soltanto il vecchio Agostino dell’Avis e due suoi amici. Ci abbracciano, poi ci fanno strada. Arriviamo a un capannone ex Ld. E’ il nuovo centro di stoccaggio centrale dove faranno riferimento tutti i punti di raccolta e smistamento della città. E’ vuoto. Soprattutto è chiuso. Si gela, Agostino e altri corrono a prendere caffè e cornetti. Poi, pian piano, arrivano la Protezione civile, la Croce rossa e le altre associazioni di volontariato. Qualcuno prova a telefonare all’assessore ma il suo cellulare è spento.
Il capannone comunque viene aperto e possiamo cominciare a scaricare, separando gli scatoloni: là l’abbigliamento, qua materassi e coperte. Là la pasta, qua i biscotti. Là il cibo per cani e gatti, qua saponi e carta. Eccetera. Si lavora e si ride, tanto siamo fatti così. Alla fine della giornata contageremo un po’ tutti, rischiando anche qualche gaffe. Ma i sardi lo sanno come siamo fatti da queste parti. E ci vogliono bene. «Piombino capitale degli Etruschi» dice uno di loro. «Sì, e fra poco capitale dei cassintegrati» replica Valerio.
Non ci saranno solo risate. Man mano che il sole rischiara la giornata spuntano altre persone. Hanno le divise pulite, impreziosite da spillette e gradi. Si pestano i piedi fra loro, in realtà non sanno cosa fare. Non c’è una regia, non c’è un’organizzazione vera. Qualcuno comincia a innervosirsi. Monica, per esempio. Stava separando pazientemente gli alimenti quando viene ripresa perché «non si deve toccare nulla senza autorizzazione». Monica non è una che se le lascia dire. E infatti partono i primi vaffa. Silvano, Carlo e Pasqualino sbuffano ma sopportano.
Gianpiero, che se potesse organizzerebbe anche trasferimento e rottamazione della Concordia in 48 ore, s’incazza con un volontario del 118. Alza la voce anche Ilirian, o Ilicic, come abbiamo ribattezzato il nostro camionista albanese.
Meno male che poi la tensione si scioglie e tutto finisce in strette di mano.
Lontano da quel capannone va anche peggio. In un altro centro di raccolta non si riesce neanche a trasferire una coperta senza autorizzazione. Di chi? Dell’assessore? Del sindaco? Del capo della protezione civile? Boh.
Alla chiesa di Sant’Antonio, trasformata in centro di smistamento, un esercito di ragazzi lavora alacremente. Sono belli, bravi, generosi. Ma pure loro sono stritolati dalla burocrazia e penalizzati da una regia fantasma. Chi non ha il “bollo” non può neanche portare in offerta abiti o alimenti: viene rispedito indietro. E’ come se qualcuno li avesse terrorizzati con questa follia della trasparenza. I ragazzi preparano anche da mangiare. Pasti caldi da distribuire alle famiglie alluvionate. Ci dividiamo in due squadre, ciascuna con un giovane del posto che fa da guida. Marco copre un percorso, io e Valerio un altro.
Suoniamo i campanelli, gridiamo dalla strada. Molte case sono vuote. In altre c’è gente al lavoro, maniche rimboccate e stivali di gomma. Pochi quelli che accettano il piatto, il panino immangiabile o le bottigliette d’acqua. Tutti però ringraziano. Tutti. Hanno un sorriso e una fierezza che sì, lo sappiamo come sono i sardi, eppure ti spiazzano. Che bella gente.
Al rientro alla base troviamo anche gli operai dell’Alcoa di Cagliari, che solidarizzano subito con quelli della Lucchini. Al capannone ex Ld sono arrivati altri pacchi. Quasi tutti quelli che abbiamo portato noi sono finalmente partiti.
Il nostro compito è terminato. Salutiamo, saliamo sui furgoni vuoti, lasciamo il tir al porto e facciamo un po’ di spesa in centro: formaggio, vino Cannonau, pane carasau, salame. Roba che consumeremo sulla nave. Abbiamo un’età media di cinquant’anni e sembriamo liceali in gita. Alcuni di noi prima di questa missione neanche si parlavano. In queste 34 ore siamo diventati amici o più amici di prima. E abbiamo imparato alcune cose. Cosa, ciascuno di noi lo sa. Grazie, Sardegna.
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