Sicurezza
I piombinesi raccontano crisi e speranze della città
Da domani per cinque giorni sulle frequenze di Rai Radio 3 il documentario del sanvincenzino Leonardo Martinelli: «Questa è la culla dell’industria nazionale»
ROMA. Raccontare Piombino facendo parlare chi l’ha vissuta ieri con la sua serenità, e la vive oggi con i suoi drammi. Questo il progetto del giornalista Leonardo Martinelli, che su Rai Radio 3, da domani, e per cinque giorni ci condurrà con rabbia e nostalgia, ma anche con tenerezza e grande affetto, in un viaggio a ritroso nel tempo, con uno sguardo rivolto al futuro, attraverso il documentario “La bella vita - Piombino e il destino dell’altoforno”.
«Sono nato a San Vincenzo, al Paese Nuovo, che, tra la mia infanzia e la mia adolescenza, negli anni Sessanta-Ottanta, era un quartiere operaio, soprattutto della siderurgia di Piombino», dice Martinelli, che poi spiega: «I miei genitori non erano operai, ma sono nato in mezzo agli operai... Ho viaggiato molto, anche all’estero, e quando raccontavo che provenivo da un quartiere operaio, la gente mi guardava compiacente, pensando a Dickens. Ma io sono nato negli anni della “bella vita” a Piombino e dintorni, quando il tasso di risparmio delle famiglie era uno dei più alti d’Italia, quando i genitori davano tutto e di più ai figli, anche la possibilità di studiare».
Da dove è partita l’idea del documentario?
«Abito da due anni a Roma. Prima ho vissuto per una decina d’anni all’estero. Il mio ufficio si trova a un centinaio di metri da Palazzo Chigi. E guardando la tv, sentendo notizie sulle scaramucce all’interno del Pd o del Pdl o ascoltando le interviste alla Santanchè mi sono detto che era uno schifo il fatto che nessuno, nei media nazionali, riservasse l’attenzione dovuta alla crisi della siderurgia, al destino di migliaia di famiglie, all’avvenire di una delle culle dell'industrializzazione di questo Paese. Così, alla luce della crisi di oggi, mi sono ritornate in mente la “bella vita” di quegli anni e “La bella vita” di Virzì e ho deciso di approfondire l’argomento».
Che sensazione ha provato a ritornare nei luoghi che l’hanno vista bambino e adolescente?
«Prima di iniziare a lavorare, più di venti anni fa, ho fatto una scuola di giornalismo, dove mi dicevano che bisogna mantenere una certa distanza dalla storia che si racconta. E' un principio che ho sempre osservato. Ma questa volta non ci sono riuscito, il documentario l’ho realizzato con il cuore, anzi con la pancia, perché sono incazzatissimo che di Piombino qui a Roma non freghi niente a nessuno».
Pensa che ci possa essere un’alternativa alla fabbrica, magari lavorando sul turismo?
«Ho fatto le interviste all’inizio di ottobre. Erano giorni di sole, praticamente estivi. La città mi è sembrata bellissima. Sono stato a piazza Bovio. Non l’avevo vista dopo i lavori. C’erano anche molti turisti. Tutto il centro storico è cambiato e in meglio. Credo che, dai tempi del film di Virzì, da questo punto di vista si sia fatta tanta strada. Ma non penso ci siano molti margini per sviluppare il turismo, che può rappresentare un’alternativa e compensare le perdite di posti di lavoro nell’industria, ma solo in parte. Credo che, invece, negli ultimi 20 anni si sia perso tempo nella diversificazione nell’industria. Ho visitato un’impresa di ingegneristica a Follonica, la Elettromar, azienda avanzata, nata tanti anni fa per iniziativa di un ex operaio delle acciaierie piombinesi... Perché non sono nate tante altre Elettromar nella zona? Perché non si utilizza il know how manifatturiero che tutto il comprensorio può offrire?».
Si dice che a Piombino non ci sia la mentalità del piccolo imprenditore, ma quella del dipendente della grande industria. Lei cosa ne pensa?
«In parte, è vero. Ma la responsabilità è anche di un Paese intero che Piombino si porta sulle spalle. Un Paese che non offre le condizioni adatte a nuovi investitori, anche stranieri, che vogliano fare impresa, con tasse più basse e la flessibilità nei contratti di lavoro o almeno una flessibilità più razionale di quella attuale. E’ un sistema che non funziona. Una zona come quella piombinese, con il know how che può offrire, strategicamente localizzata, con l’accesso al mare, energia disponibile e in più un circondario stupendo e servizi pubblici di buona qualità, in un’altra parte dell’Europa attirerebbe investitori stranieri, almeno in produzioni collegate alla siderurgia, o comunque nella manifattura in generale».
Nel documentario a chi ha dato la parola?
«A tutti. Non sono un economista, un sociologo, né un politico. Sono solo un giornalista, che va in giro con il suo microfono e cerca di far parlare la gente. In questo caso intervengono Paolo Virzì e Claudio Bigagli, l’attore che interpreta l’operaio del film “La bella vita”. Ma soprattutto dicono la loro tanti piombinesi: operai in pensione che hanno fatto le comparse nel film di Virzì, il proprietario dello stabilimento balneare, sulla spiaggia dove venne girata la scena finale del lungometraggio, un ex operaio che si è riconvertito in ristoratore. E poi il sindaco Gianni Anselmi, il sindacalista Mirko Lami, il professor Nicola Bellini, della Scuola Sant’Anna. Con la regista, Elisabetta Parisi, abbiamo voluto realizzare, nei limiti del possibile, un racconto corale, diretto, spontaneo di una città in crisi e, a distanza, molti interlocutori si sono contraddetti...Chi ha beneficiato dei prepensionamenti (era un loro diritto, ma da un certo punto di vista, a posteriori, sono dei privilegiati) e chi davvero ha cercato di reinventarsi, non può guardare alla crisi di Piombino con gli stessi occhi. Però ho trovato anche tanta forza, tanta solidarietà e voglia di reagire».
Che cosa invece ha evitato di raccontare?
«L'operaismo, che lascio a chi in una zona operaia non c'è nato. Ho incontrato tanti colleghi che andavano in fibrillazione per questo tipo di cose. Ma non è la mia storia... Quando uno degli operai in pensione ha ricordato la sua vita in fabbrica, quanto vi avesse imparato, anche al di là del suo lavoro, spiegando che quella era stata la sua scuola, la sua università, ho pensato che quell’epoca è sicuramente irripetibile e che bisogna farsene una ragione, anche se è un peccato... Come ha affermato una delle persone intervistate, che sulla possibile diversificazione nel turismo ha detto: «Con tutto il rispetto, non si può mettere sullo stesso piano un operaio e chi frigge i bomboloni».
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