Il Tirreno

«Ho pensato di chiudere, ma non mollo»

di Luca Centini
«Ho pensato di chiudere, ma non mollo»

Gianni Beneforti racconta la faticosa ripresa della sua cava di granito danneggiata dall’onda di fango e macerie

4 MINUTI DI LETTURA





CAMPO NELL’ELBA. Quattro mila metri cubi di materiale. Terra, massi e fango. All’alba del 7 novembre 2011 sono venuti giù dall’alto, come una valanga. In pochi attimi la vita di Gianni Beneforti è cambiata; la cava Granito dell’Elba di San Piero, che solo un anno e mezzo prima aveva aperto con il fratello, è finita sotto una spessa coltre di fango e sporcizia. Dopo due anni le macerie non si vedono più nell’area della cava: ma al posto del fango resta presente il disagio e la solitudine di chi, in 24 mesi, si è rimboccato le maniche per ripartire.

«Il primo pensiero che ho avuto è stato quello di chiudere – racconta Gianni Beneforti, tornando alla mattina del 7 novembre – la nostra azienda è stata colpita per prima, dal momento che è situata nel posto più alto, a San Piero. Una frana di terra, sabbia, blocchi di granito ha distrutto tutto quello che gli si parava davanti, devastando le nostre attrezzature. In alcuni punti c’erano tre metri di fango, ho pensato che non avremmo più riaperto, di aver perso per sempre il lavoro. Poi abbiamo acceso i mutui, non c’è stato più il tempo per pensare. Non avevamo più scelta, se non quella di rimboccarci le maniche».

L’impresa Granito dell’Elba è tra quelle che hanno presentato la domanda di contributo alla Regione, che ha messo a disposizione un fondo da 4,6 milioni per le aziende alluvionate. A fine novembre scadranno i termini per la presentazione delle domande, nei primi mesi del 2014 quei soldi dovranno finalmente arrivare. Ma saranno solo una minima parte rispetto al danno reale subito dalle aziende. «Quei soldi mi servono, speriamo arrivino quanto prima – racconta il titolare di Granito dell’Elba – ma la differenza rispetto al danno che abbiamo subito, pari a circa 300mila euro, è enorme. Se ci va bene riavremo un sesto di quanto abbiamo speso per far ripartire l’azienda. In questi lunghi mesi ci siamo sentiti abbandonati».

Beneforti, alla stregua degli altri imprenditori campesi danneggiati, ha speso energie e soldi per far ripartire la propria attività. Ma uno sforzo altrettanto dispendioso è stato riversato per far fronte alle difficoltà burocratiche. «Ho potuto denunciare solo una piccola parte del danno che ho subito – spiega Beneforti – il più delle volte a causa dei ritardi con cui abbiamo ricevuto informazioni fondamentali. Un esempio? Alcuni lavori compiuti, se appaltati ad un’impresa, mi sarebbero stati rimborsati. Ma per la fretta di riaprire i battenti tanti interventi li abbiamo portati a termine con le nostre energie. Così, oltre al danno è arrivata anche la beffa. Nei giorni dopo l’alluvione siamo stati aiutati da tanti cittadini, ma le istituzioni non si sono fatte mai vive. E a volte sono state solo un ostacolo». Beneforti dà forza allo sfogo con esempi concreti. «Abbiamo speso soldi di tasca nostra per riparare e ripristinare le nostre attrezzature – racconta – poi è arrivato il Comune che ci ha imposto di demolire alcuni manufatti, come prevede la legge, perché troppo vicini al fosso. Se ce l’avessero detto prima, avremmo risparmiato denaro e fatica».

Burocrazia, tempi interminabili: sono i due nemici contro i quali Beneforti e gli altri imprenditori elbani colpiti dall’alluvione hanno fatto a botte in questi due anni, uscendo con le ossa rotte. «Se avessimo aspettato le istituzioni per ripartire saremmo senza attività da un pezzo – spiega l’imprenditore di San Piero – cosa abbiamo fatto? Ci siamo rivolti alle banche e abbiamo acceso i mutui per riprendere la nostra attività. E in questi due anni io e mio fratello siamo rimasti in piedi solo grazie al lavoro delle nostre mogli. Al dramma dell’alluvione si è aggiunta anche la crisi e i clienti che non riescono a pagarti nei tempi attesi. Così soffriamo e gran parte del profitto va alle banche che, al contrario nostro, i soldi li vogliono subito. Lo stesso discorso vale per le tasse, lo Stato non ci è venuto incontro». Da due anni la corsa e la sofferenza non si sono mai arrestate, il tempo per riflettere è svanito di fronte agli impegni con le banche.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Massa, tre rapine in due ore in centro: arrestati due giovanissimi

di Redazione Massa