Il Tirreno

Siderurgia, una storia di lavoro e di lotte nella città fabbrica

di Giorgio Pasquinucci
Siderurgia, una storia di lavoro e di lotte nella città fabbrica

L’ex segretario della Fiom Bartoletti spiega le differenze tra la lotta del ’92-93 e quella in corso oggi alla Lucchini

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PIOMBINO. La battaglia che i lavoratori della Lucchini stanno conducendo per prolungare la vita dell’altoforno, in attesa di una possibile ristrutturazione basata su tecnologie innovative, è la più dura degli ultimi 50 anni. Per ritrovare una lotta dai contorni analoghi bisogna infatti risalire alle drammatiche vicende vissute dalla città con la serrata e l’occupazione della Magona del 1956, a cui seguì un lungo periodo di disoccupazione e di vera miseria.

Più recente la lotta tra il 1992-93 (FOTO), contro il piano di licenziamenti delle Acciaierie di Piombino che avrebbe dovuto precedere il passaggio dalla proprietà pubblica a quella di Lucchini. 39 giorni di sciopero, occupazione di strade e ferrovia. Un scontro duro che è rimasto scolpito nella memoria di Giuseppe Bartoletti, allora segretario della Fiom-Cgil.

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Quali sono le differenze tra quella e la battaglia di oggi?
«C’è una differenza sostanziale. Allora si trattava di far rientrare i 780 lavoratori ai quali l’azienda aveva inviato la lettera di licenziamento, ma sapevi che in qualche modo l’attività della fabbrica sarebbe stata ripresa. Molti, se non tutti, sarebbero rientrati al lavoro. Oggi il commissario Nardi sostiene invece che lo stabilimento non ha prospettiva. Inoltre era diversa la situazione economica del Paese e la consapevolezza della necessità di salvaguardare i pilastri della sua economia».

Come iniziò lo scontro?
«Lo stabilimento di Piombino fu il primo nella lista delle dismissioni delle Partecipazioni statali. Prima delle privatizzazione doveva essere “ripulito”. A metà dicembre l’azienda inviò le 780 lettere di licenziamento. Proclamammo subito lo sciopero e la direzione lo prese a pretesto per avviare lo spegnimento dell’altoforno».

È a questo punto che la lotta si radicalizzò?
«L’azienda era indisponibile a trattare e noi dovevano conquistare un tavolo col ministero. Non fu facile. Tutti i giorni si svolgevano assemblee davanti alla portineria della fabbrica, ribattezzata “Piazza della solidarietà”. Organizzammo decine di manifestazioni, blocchi stradali e della ferrovia. Arrivarono anche 50-60 denunce, Personalmente ne ho raccolte 5 per blocco ferroviario e 2 per quello stradale».

Che cosa le ha lasciato quella lotta come esperienza sindacale ed umana?
«È stata una esperienza drammatica ma bellissima. In quei giorni c’è stata la riscoperta delle solidarietà. La città si strinse intorno ai lavoratori, Coop, Conad, piccoli commercianti portavano generi alimentari nella piazza, dove avevano allestito una cucina che, oltre ad attenuare i disagi dei lavoratori, funzionò come centro di aggregazione. La solidarietà, insieme alla ricerca di soluzioni, è stato l’elemento che ha tenuto insieme quel conflitto impedendo, anche nei momenti di più grave tensione, che scoppiassero episodi di violenza».

E come finì?
«Lucchini rilevò la fabbrica. I licenziamenti furono evitati e riuscimmo a riprendere la trattativa. Si avviò un periodo di cig a rotazione a cui seguì il primo contratto di solidarietà d’Italia che accompagnò i prepensionamenti. Certo, la città ne uscì più povera, ma consapevole che il lavoro in siderurgia non era più protetto».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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