Il Tirreno

2014: Piombino si spegne e si riempie di cassintegrati - Commenta

di Cristiano Lozito
2014: Piombino si spegne e si riempie di cassintegrati - Commenta

L’altoforno chiuderà a gennaio e serviranno anni prima di una riconversione I sindacati non si arrendono: basterebbe una commessa. Ma la decisione è presa

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PIOMBINO. Tre mesi di vita. Poi saranno avviate le operazioni di spegnimento dell’altoforno, simbolo della Lucchini ma più in generale della città: 1.400 lavoratori tra diretti e indiretti andranno subito in cassa integrazione, seguiti da un altro migliaio qualche mese dopo (una volta laminato l’acciaio prodotto dall’altoforno e messo da parte), con la chiusura di un numero imprecisato di ditte e le inevitabili conseguenze sul terziario. Un dramma sociale di proporzioni gigantesche, in un territorio come la Val di Cornia dove il 48% del Pil è prodotto dalla siderurgia.

Il vecchio Afo non è “malato”, anzi, secondo i sindacati sta funzionando alla grande, e potrebbe continuare a produrre le sue rotaie da 108 metri, prodotto simbolo e di maggior qualità dello stabilimento, per almeno un paio d’anni. Il tempo considerato necessario a veder partire i nuovi progetti di riconversione ecologico-siderurgica, costituiti da un forno elettrico e da un impianto Corex, in grado di sostituire l’altoforno anche dal punto di vista della qualità del prodotto. Progetti interessanti, su cui c’è l’impegno del governo anche nella ricerca dei fondi necessari al loro avvio, che però sono per ora solo sulla carta.

Il ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, ha spiegato di non voler fare come il medico pietoso che rende la piaga purulenta: per lui, per il governo, l’altoforno ormai è un vecchio aggeggio che fa solo perdere tempo alla realizzazione dei nuovi progetti, e denaro per il suo mantenimento. Pensare di tenerlo in vita – come ha sentenziato venerdì il sottosegretario Claudio De Vincenti al termine di un tumultuoso incontro con i sindacati, il sindaco Gianni Anselmi e il presidente della Regione Enrico Rossi – addirittura «non aiuta a trovare investitori interessati al futuro di Piombino».

I sindacati non ci stanno e promettono scioperi, manifestazioni clamorose e più in generale di non arrendersi. Tutto ciò mentre la città, che fino a pochi giorni fa segretamente convinta che come sempre qualche santo ci avrebbe pensato, assisteva un po’ sonnacchiosa e senza patemi evidenti alla disputa col governo, ora inizia a scaldarsi. Troppo tardi, dice qualcuno, giudicando flebile il sostegno offerto dai piombinesi alla battaglia sindacale.

«Non tratteremo nessun accordo – dicono Fim, Fiom e Uilm – senza la garanzia che l’avvio dei nuovi progetti avverrà con lo stabilimento in marcia». I sindacati si sono giocati molte carte, hanno proposto invano un accordo con l’Ilva di Taranto, hanno portato a Piombino i segretari nazionali di Cgil, Cisl e Uil, e pure il ministro Zanonato, che solo pochi mesi fa sembrava averli rassicurati. Sostengono non solo che l’acciaio è un prodotto strategico per il Paese, e che il governo non può chiudere di fatto il secondo polo siderurgico italiano dopo quello di Taranto. Ma anche che che negli ultimi mesi i conti della Lucchini sono positivi. E che con una trentina di milioni lo stabilimento potrebbe andare avanti un anno, stando in pari, facendo risparmiare allo Stato molto denaro rispetto a quello che spenderebbe in tre anni di cassa integrazione.

«Non vogliamo regali né aiuti di Stato in senso stretto – spiegano Fim, Fiom e Uilm – basterebbe che il ministero delle Infrastrutture facesse una commessa di qualche anno per le rotaie destinate alle Ferrovie, che hanno un piano di rinnovamento della rete, e ce le pagasse in anticipo». Così l’altoforno resterebbe in marcia, gli operai al lavoro, e ci sarebbe tempo per dare gambe ai progetti.

E’ questa forse l’ultima possibilità. Ma il governo (che sottotraccia fa intendere di aver già dato molto alla città, con i 150 milioni del “Decreto Piombino” per il porto e la strada 398, oltre alla promessa dello smantellamento della Concordia) non ci sente. Il commissario straordinario Piero Nardi nell’incontro di venerdì a Roma ha sostenuto che i conti del sindacato non tornano, che anzi la Lucchini continua a bruciare mediamente otto milioni al mese. E che tenere in vita l’altoforno sarebbe solo una perdita di tempo, mentre invece bisogna partire subito col progetto del forno elettrico (1200 posti di lavoro), per il quale sembra che ci sia un possibile investitore. Il ministro Zanonato – di cui ora i sindacati raccolgono le firme in calce a una richiesta le dimissioni – ha sposato questa tesi, e da qui difficilmente ci si muoverà.

Il più amareggiato è il sindaco Gianni Anselmi, che per giorni ha dormito con gli operai nel presidio alla fortezza del Rivellino, e che da anni si batte per trovare soluzioni alla crisi dello stabilimento: «Abbiamo avuto una risposta burocratica e ragionieristica – spiega – Eppure questa città ha dato tanto al Paese e al suo sviluppo industriale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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