Il Tirreno

«La fabbrica è un orgoglio per la città»

«La fabbrica è un orgoglio per la città»

Molti figli di lavoratori in piazza, la voce dei giovani è la più grande dimostrazione di solidarietà

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PIOMBINO. Sorridenti ma consapevoli, giovani, in alcuni casi giovanissimi, ma decisi.

I ragazzi dentro il Rivellino per l’assemblea straordinaria degli studenti sono la prima e più forte risposta all’occupazione degli operai iniziata mercoledì mattina.

Sono la reazione più bella e istintiva che la città ha dato alla fabbrica. Alcuni hanno più chiara la questione, altri uno spiccato senso di appartenenza, mentre in qualcuno tutto questo è meno presente. Ma è normale così, e non sminuisce affatto un gesto importante, compiuto dai giovani di Piombino, tutti pronti ad esserci con il proprio volto e il proprio nome.

Molto più di tanti adulti. Tra gli studenti c’è anche chi dimostra la propria solidarietà visivamente. Silvia Riparbelli e Beatrice Rinaldi, alunne 16enni dell’Ipc, indossano due giacche da operaio della Lucchini: «Sono dei nostri babbi – spiegano – Siamo qui per sostenere loro, in una faccenda che però riguarda tutti, non solo gli operai e le loro famiglie».

Anche Veronica Mazzoni, 18 anni, studentessa di Ragioneria, porta un indumento simbolico, una maglietta bianca con la scritta “Studenti e lavoratori uniti”. «Voglio far vedere a tutti il mio appoggio agli operai, per una questione che però coinvolge l’intera città – racconta la giovane – Anche il mio babbo era operaio, della Magona. Mi ha sempre portato alle manifestazioni, e ora che non c’è più sono qui anche per lui».

Ormai studia all’Università, facoltà di giurisprudenza, ma all’assemblea c’è pure Gabriele Bianchi, 19enne ex ragioneria: «Fino all’anno scorso ero nel collettivo studentesco e sono ancora molto interessato alle attività che portano avanti – afferma il ragazzo – Sono qui per portare il mio sostegno agli operai, come lo è stato mio padre prima di andare in pensione».

Chi ancora deve aspettare per andare a riposo è invece il babbo di Enrico Garuzzo, 18 anni, all’ultimo anno del liceo linguistico: «È chiaro che sono qui per lui che lavora in fabbrica da quasi 40 anni – dice lo studente – Ma non solo per lui. Se lo stabilimento chiude Piombino non avrà più quella posizione che ha avuto sino ad oggi. E sono qui anche per mostrare la mia indignazione nei confronti di quei piombinesi che sputano nel piatto dove hanno sempre mangiato. Mi fanno ridere quelli che parlano di bonifiche e riconversione da un giorno all’altro. L’acciaio che facciamo noi sono venuti a vederlo anche i giapponesi; vale davvero la pena far morire tutto questo? E poi penso al mio babbo, lavoratore alla colata continua numero 2. Lo vedo tornare dalla fabbrica dopo il turno stanco, ma anche orgoglioso di quello che fa. Il suo lavoro è parte di lui e senza non sarebbe più il babbo che conosco». (fra.le.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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