Sicurezza
Corsa alla segreteria Pd: Capuano vuole un partito della base
Il candidato spara a zero contro le lobbies e i “soliti noti” interessati alle poltrone. Centralità ai circoli e alla militanza volontaria
PIOMBINO. La sua candidatura alla segreteria della federazione Pd è stata avanzata per la prima volta dal gruppo “Civati in progress”, ma lui, Claudio Capuano, 52 anni, dirigente dell’Autorità portuale e capogruppo Pd in consiglio comunale, ha raccolto l’invito dicendo di voler parlare a tutti e non nascondendo, a livello nazionale, simpatie per Gianni Cuperlo.
La sua idea è quella di un partito “strutturato” e non “liquido”, che restituisca agli iscritti la voglia di partecipare, interprete della trasformazione, «capace di elaborare strategie in modo intelligente e costruttivo, superando i personalismi e le divisioni più o meno recenti». Non un partito del leader, ma una gestione collegiale. Tanto che non si propone come segretario tutti i giorni presente dietro la scrivania di via Marco Polo, quanto, piuttosto, come regista di una squadra in cui prevalgano il merito e le competenze. “Delegare” è una delle sua parole d’ordine preferite.
La sua analisi politica, nell’era della globalizzazione, si concentra sulla “città”. «Paradossalmente – sostiene – la più rilevante conseguenza delle globalizzazione è proprio l’accresciuto valore del luogo dove si vive». E il cambiamento secondo Capuano parte proprio da qui, da basso, per «agire incisivamente da subito, riconquistando il senso si padronanza del nostro destino».
Capuano è un cattolico e appare naturale che ponga al centro del cambiamento la persona. «In attesa delle grandi riforme – propone – cominciamo noi a riformare quello che c’è più vicino, promuovendo quei principi di responsabilità, di merito, di competenze e di dovere civile in cui crediamo». Il bagaglio a cui intende attingere e quello “ricco di storie e dei valori” che sono all’origine della fondazione del Pd. Un partito «che pare aver gradualmente smarrito la propria identità».
Dà quindi una spallata agli «di aridi tecnocrati che vivono di politica» e dice di rifiutare l’idea di un partito, dove le decisioni si prendono sempre altrove, da parte di una “elite” di pseudoilluminati interessati al mantenimento delle proprie poltrone piuttosto che alla ricerca delle soluzioni ai problemi». E ci va duro, Capuano, contro l’idea di un partito «dei “soliti noti” , dove gli automatismo di fine mandato superano ogni riflessione sulle capacità e le competenze».
Centralità, dunque, al confronto sereno, mai personale o corporativo e sempre dialogante, nei luoghi dove deve avvenire: i circoli, l’unione comunale, la federazione. C’è anche un po’ del “rottamatore” in Capuano, non tanto delle persona quanto «degli strumenti logori di una vecchia politica che crede di potere eludere la necessaria rielaborazione culturale di riferimento». È come ammettere il mancato l’amalgama tra le diverse componenti che avrebbe dovuto caratterizzare la vita del partito nuovo. E dove si ritrova la coesione se non tra gli iscritti e nelle strutture in cui possono esprimersi liberamente?
Quel che Capuano dice di non volere è un partito “privatizzato” «che trovi i suoi finanziamenti in chi se li può permettere, perché non può essere oggetto di proprietà di lobbies o di pochi facoltosi». Quindi attenzione anche alle al bilancio, «perché ognuno possa controllare anche come viene utilizzato un euro».
Militanza, partecipazione, impegno volontario sono i capisaldi di una riorganizzazione che deve, ripartire dai circoli, «coinvolgendo gli iscritti nel confronto e non chiamandoli solo per fare da supporto alle feste e ai volantinaggi».
Molto spazio Capuano dedica al governo del territorio. Insieme alla riscoperta del valore della città come laboratorio del cambiamento, insiste sull’idea di una “governace territoriale di sistema”, l’area vasta dell’alta Maremma, 13 comuni, circa 1000 chilometri quadrati ed oltre 100mila abitanti. Un’area unita da tratti comuni, geografici, sociali, storici e culturali.
La crisi, in questo territorio più che altrove ha innescato «un processo di ridefinizione identitaria che abbraccia da un parte il tramonto delle monocultura industriale e dall’altra l’ambizione di creare un nuovo modello di sviluppo». Ecco qui secondo Capuano è stato assente il partito. «In questo spazio vuoto si sono inserite ed espresse forti capacità amministrative a cui ci siamo rivolti per guadagnare lustro e visibilità». In altri termini, quello che Capuano propone e un Pd che abbia una autonoma capacità di elaborazione, ristabilendo un più equilibrato rapporto con chi è chiamato ad amministrare.
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