Il Tirreno

La città non molla a difesa del lavoro

di Cecilia Cecchi e Francesca Lenzi
La città non molla a difesa del lavoro

Operai, pensionati, insegnanti, commercianti: i volti e le voci delle migliaia di persone che ieri sono scese in piazza

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PIOMBINO. L’aria che si respira non è quella della festa, anche se si vuole ancora sperare e credere che si possa evitare il disastro. I pensionati delle acciaierie, con le bandiere in spalla, sono tanti, insieme agli operai di oggi.

In corteo professionisti di ogni ordine e grado, parecchi commercianti (“finite le acciaierie possiamo chiudere in tanti...”), insegnanti. A fare quadrato pure dipendenti di dovunque altrove dalla Coop alle Poste italiane o da Sviluppo Toscana. A volte, quando chiedi un’opinione, c’è a chi il groppo in gola non permette di rispondere.

Si gira tra le mani 4 metri e mezzo di bastone, Marino Montomoli, 72 anni, con la pettorina Auser, ormai quasi a tempo pieno “nonno vigile” oppure autista per disabili e anziani: «Dal 1968 al 1991 ho lavorato in questa fabbrica – ricorda – poi in prepensionamento. Prima? ho fatto il camionista in cava e prima ancora contadino. L'importante è partecipare, farsi sentire altrimenti la situazione non cambia. Difficile che l'altoforno possa andare avanti e vedo nella Concordia la possibilità di nuovo lavoro».

Loriana Dal Canto, campigliese 67 anni al largo Caduti sul lavoro in attesa che il corteo cominci insieme al marito Sandro Guglielmi, 73 (in pensione dal ’92): «Il governo – ricordano – ha abbandonato Piombino e non è più tollerabile. Nostro figlio Massimo lavora al treno medio piccolo da 8 anni, bisogna garantirgli un futuro come a tutti gli altri operai».

Rilancia Keti Iannuzzi, 35 anni, dipendente Coop, qui insieme al babbo Carlo, 77 anni, che dal 1977 al ’91 è stato delegato Cgil (al movimento ferroviario dal 1967, in pensione nel 1996): «Meno parole più fatti – specificano – Chi ci governa dovrebbe provare cosa vuol dire essere in cassa integrazione. Cambiati troppi padroni, ci vuole un piano industriale serio e reale, non c'è altra possibilità».

Ma la situazione della Lucchini va bel oltre i confini della città e della Val di Cornia.

Dietro lo striscione del Comune di Castagneto Teresa Tombesi, 59 anni: «Piombino come Taranto, emergenze che richiedono la massima attenzione. Anche se questo mi sembra un funerale... dovevamo forse muoverci prima. Ma 4mila persone a casa, 4mila famiglie rovinate comportano problemi che investono tutta la provincia di Livorno».

«Sono un’insegnante a riposo – sottolinea Marisa Berretti di Donoratico – Potevo starmene a casa perché non direttamente coinvolta, eppure sono qui per dire al alta voce che il lavoro è dignità e promozione umana, un sacro diritto che non ci possono togliere». Marisa ha le idee chiare sul senso della manifestazione: «Stiamo attraversando un momento in cui la dignità sta venendo sempre. Siamo sempre più poveri, non solo economicamente».

Elmetto in testa, trafelato per andare a raggiungere i colleghi dice la sua Giovanni Pappadia, 50 anni, 2 figli, dall’86 alla manutenzione «le difficoltà del ’92 ora sono doppie, ma bisogna dare la massima visibilità a questa che sembra una guerra tra poveri, tra gli 800-mille che dovrebbero andare a casa e quelli che potrebbero restare. Ma solo restando insieme si può sperare di ottenere qualcosa».

Per Ibrahima Sow 39 anni arriavto dal Senegal 7 anni fa «diventa sempre tutto più difficile – racconta – Lavoro in una ditta come carpentiere, ma si allontana la possibilità di poter portare qui i miei 5 figli». «Un’ipotesi? – afferma Giovanni Bottausci, in fabbrica da 17 anni – che lo stato riprenda il controllo». «L’area a caldo è chiusa – dice Roberto Allori – ma, pur nella difficoltà, ci vorrebbe qualcosa di più compatibile con l’ambiente per i nostri figli». Per Claudio Pietrelli (sulle spalle il figlio Diego): «Ho un’agenzia immobiliare – spiega – ma se chiude l’acciaieria si va a casa anche noi. Sarebbe ingiusto non essere qui a difendere il lavoro di tutti». Don Pier Luigi Castelli è qui «per portare l’aiuto della fede, dividendo il disagio delle famiglie. Senza lavoro non c’è dignità e serve solidarietà».

Evidente, comunque, che non è un corteo di soli uomini. «Sono qui perché se si ferma l’acciaieria si ferma tutto il territorio – spiega Raffaella Bencini, 43enne dipendente della cooperativa Cuore – Un’eventuale chiusura della fabbrica rappresenterebbe un drammatico effetto domino in tutta la Val di Cornia. Se si ferma l’economia industriale a saltare sarà l’intero sistema». Un affare di tutti. Questo il pensiero sempre più concreto nei piombinesi, che ieri si sono uniti in una lunghissima onda di protesta. «Ho chiuso il negozio in segno di solidarietà con gli operai, perché la crisi la sentiamo anche noi commercianti – sostiene Adriana Cateni, titolare dello store Sisley – Se chiude lo stabilimento muore Piombino». Saracinesche abbassate al passaggio della manifestazione al bar Nazionale di Carla Bistazzoni che oltre alla solidarietà nei confronti dei lavoratori parla anche di altro: «Sono d’accordo sulla lotta per il mantenimento del posto di lavoro, ci mancherebbe – spiega – Mi preoccupa però l’idea che per questi posti di lavoro si stia distruggendo l’aria di Piombino. Gli stessi operai dicono di filtri che non vengono cambiati perché non ci sono soldi».

Daniela Calzetta, 50 anni, dal Caf Cgil, qui per solidarietà, con lo striscione dell’associzione sicurezza sul lavoro Toffolutti «ci siamo per provare a resistere».

Barbara Fiacchi, 43 anni, pettorina Poste italiane con un bel gruppo di colleghi: «I portalettere hanno fatto tutti sciopero – conferma – La chiusura? Porterebbe giù l’economia che ruota in città, guai per tutti».

Infine ci sono ancora loro, gli operai, riuniti in piccoli gruppi che parlano di calcio e di Afo, con la risata che diventa sui volti giovani e meno giovani, increspatura di preoccupazione per un futuro incerto. «L’Afo per marciare ha bisogno di soldi e noi siamo qui per chiedere al governo che anticipi il denaro delle commesse per continuare a lavorare – afferma Marco Saggini, 32 anni, operaio della Lucchini dal 2002 – Una possibile chiusura sarebbe il dramma sociale, ma noi abbiamo bisogno di risposte». In mezzo alle tute di Piombino gli operai dell’Ilva di Taranto. «Siamo qui per solidarietà con i colleghi piombinesi – dice Orazio Tursi – Anche noi stiamo attraversando un momento difficile e siamo orgogliosi di essere presenti a difesa dell’acciaio e del lavoro».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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