Sicurezza
«Eravamo orgogliosi operai dell’acciaieria»
Nei ricordi di lavoratori ora in pensione, la storia della città intorno all’altoforno Oggi molti di loro saranno al corteo per tenere viva la speranza della ripresa
PIOMBINO. Ricordi di fabbrica, racconti della vita di uomini che sono la storia di Piombino.
Claudio, Gilberto, Roberto, Alfredo, pensionati da un po’ di tempo, ma dopo un’esistenza passata tra billette d’acciaio per rotaie. Decidono di narrare col cuore (in qualche passaggio, con le lacrime agli occhi) la loro esperienza e, soprattutto, il dispiacere di vedere adesso l’acciaieria così prossima al disastro.
Perché non tutti hanno voglia di raccontare né entrando alla sezione Ciasa (anche circolo Federcaccia) di via Volta, dove la grande maggioranza preferisce restare a giocare a carte o a biliardo; o magari ribattere «Parlo, racconto, ma se viene Cofferati!».
Oppure il fuggi-fuggi dalla panchina preferita da parecchi ex colleghi di lavoro, quella in corso Italia, sul marciapiede opposto alla gioielleria Rosignoli.
Qualcuno però oltre a garantire sin d’ora la presenza alla manifestazione, crede valga la pena parlare.
Così Claudio Fanucci, campigliese, 65 anni, che lascia il bar del Ciasa di via Volta: «In acciaieria penso di aver fatto i peggio lavori – dice – col materiale refrattario presente all’altoforno, ai convertitori o alle celle a pozzo per le billette. Sono entrato nel ’69 per sette mesi, poi dal 1974 fino alla pensione, nel 2003. Ho vissuto – spiega – i timori degli anni Novanta, la privatizzione di Lucchini, la chiusura dei cancelli e i 20 giorni a casa. Nonostante tutto, la situazione allora era troppo rosa, “dentro” si facevano le ribotte e con lo sciopero venivamo ascoltati. I sindacati contavano, mentre oggi non hanno più potere. Basta guardare cosa succede in politica».
Claudio mostra un’enorme cicatrice su una gamba, quel che resta di una gravissima ustione sul lavoro. «Dal 1993 – assicura – in fabbrica la sicurezza è finita, niente veniva più controllato. Eravamo come mandrie da macello, però al corteo ci sarò – garantisce Claudio – e sinceramente non posso che augurare una possibile ripresa: io, comunque, lavorando in fabbrica ho mantenuto una famiglia, ho assicurato un futuro ai miei figli».
Gilberto Mazzi di anni ne ha 74: «Sono stato in acciaieria dal Sessanta al Novanta, reparto finimento rotaia. Da perito meccanico avrei potuto fare il capo turno, ma rifiutandomi di andare a mangiare negli uffici, ho sempre preferito lavorare con gli operai. Il momento è tristissimo – conferma – la situazione tragica: mi auguro che il 5% di speranza che mi resta abbia la meglio, che ci sia una ripresa, Piombino morirebbe». Colleghi al collaudo rotaie per un po’, amici per sempre, con Gilberto a passare il pomeriggio ci sono Roberto Mori e Alfredo Vignali.
Mori, 83 anni: «Sono entrato all’Ilva nel 1944 e ci sono rimasto fino al 1982. C’è stato un momento in cui in fabbrica lavorava quasi una città intera, ottomila i dipendenti orgogliosi di fare quel lavoro. Poi è stata una caduta libera fino ad oggi... che dire? Speriamo davvero nel trasferimento al porto di Piombino della nave naufragata al Giglio, la Concordia».
Interviene Alfredo Vignali quasi 80 anni, in fabbrica dal 1960 al 1984: «La Concordia, sarebbe davvero una possibilità anche per tutti i lavori collegati che darebbero nuovo respiro al porto e anche alla stessa fabbrica».
Memorie e speranze insieme che questi operai di un tempo poi non così tanto lontano porteranno oggi in corteo, sfilando insieme ai dipendenti in acciaieria di oggi, che rischiano davvero di non aver più un posto dove andare a lavorare.
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