Il Tirreno

Chiudere la fabbrica sarebbe una catastrofe

Chiudere la fabbrica sarebbe una catastrofe

Fabio Mussi ricorda gli scioperi del 1992: «Stavolta la crisi è più grave, assurdo rinunciare all’acciaio»

2 MINUTI DI LETTURA





PIOMBINO. «Se c’è ancora margine per evitare la chiusura della fabbrica? Ci deve essere! Facciano in modo che ci sia, altrimenti cosa possiamo immaginare per il futuro del nostro Paese?».

Quasi lo grida Fabio Mussi, come se anche il solo pensare inevitabile la fine dell’acciaieria piombinese fosse di per sé un’assurdità. Sono parole nette e forti quelle espresse dell’uomo alla guida della presidenza nazionale di Sinistra ecologia e libertà, in occasione dello sciopero generale di questa mattina. «Uno sciopero giusto, che ha mille ragioni per esistere – afferma il piombinese Mussi – La dimensione catastrofica di un’eventuale chiusura non è nemmeno calcolabile, considerando l’elevata occupazione locale tra fabbrica e indotto. Sbagliano i piombinesi convinti che alla fine della fabbrica corrisponda un volo prospero fatto di altri settori. Giusto pensare alle tecnologie esistenti in grado di ridurre l’impatto ambientale, e qualcosa Piombino ha fatto negli anni su questo aspetto, ma tutti devono rendersi conto della ricaduta occupazionale in caso di blocco della fabbrica. Dove reimpiegare tutti i lavoratori?».

Fabio Mussi, piombinese, conosce bene l’involuzione del polo siderurgico locale, trovandosi a vivere in prima persona la grande crisi del 1992, anno in cui lo stabilimento passò al gruppo Lucchini. «Ho anche un processo sulle spalle – racconta – Lucchini arrivò con un piano di ristrutturazione che prevedeva qualcosa come 500-600 licenziamenti. Una proposta inconcepibile, e io, che all’epoca ero parlamentare della zona, stetti vicino agli operai. Occupammo i binari della ferrovia, a dire il vero con garbo e avvertendo le forze pubbliche, ma alla fine abbiamo dovuto affrontare il processo. Avrei potuto usufruire dell’immunità ma rinunciai, non potevo lasciare soli lavoratori e sindacalisti».

«Nel tempo lo stabilimento ha subito passaggi di proprietà che non hanno mai dato solidità – continua – Siamo andati avanti di crisi in crisi, ma Piombino è un pezzo pregiato dell’Italia ed è assurdo pensare di poter fare a meno dell’acciaio, settore imprescindibile». Una crisi quella del 1992 profonda e dolorosa che torna alla memoria oggi, con tutte le diversità, in occasione di uno sciopero generale che assume sempre più i contorni da ultima spiaggia. «La crisi piombinese di oggi è dentro un turbine sconvolgente – spiega Mussi – Il contesto rispetto a vent’anni fa è economicamente, politicamente e intellettualmente più grave». Anche gli operai non sono più gli stessi: «Nel 1992 c’era ancora una coscienza di appartenenza a una classe operaia – afferma Mussi – Adesso non c’è più. Gli unici che oggi hanno una coscienza di classe sono i ricchi e gli imprenditori».

Francesca Lenzi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

La protesta

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web