Sicurezza
La Cia difende i produttori di pomodori
«Consegnati tutti i quantitativi concordati. Il prezzo sale? È la legge del mercato»
VENTURINA. La vicenda del pomodorificio Italian Food presenta certamente aspetti complessi, ma la responsabilità dei problemi che sta attraversando lo stabilimento venturinese non può essere addossata agli agricoltori. Questa in estrema sintesi la posizione della Confederazione agricoltori (Cia) espressa dal suo esponente di zona, Marino Geri, che respinge con fermezza l’interpretazione «che i produttori locali di pomodoro siano i responsabili della chiusura della fabbrica e del licenziamento dei lavoratori».
«Per Cia Livorno – dice Geri – valgono i contenuti del protocollo d’intesa per tutelare il pomodoro da industria, sottoscritto lo scorso anno, e che il tema centrale rimane quello del rafforzamento della filiera, tramite contratti quadro tra la parte produttiva e la parte industriale. In questa campagna gli agricoltori hanno effettivamente qualche carta in più da giocare sul fronte del prezzo – prosegue l’esponente della Cia – E con questo, non va bene? Pasquale Petti dice che 120 euro a tonnellata sono troppi e insostenibili per la fabbrica. E quando negli anni passati i produttori hanno portato a casa 55/60 euro a tonnellata, molto al di sotto degli accordi sottoscritti a livello nazionale, andava bene? Qualcuno si è mai preoccupato delle pesanti perdite di reddito degli agricoltori (per un ettaro di pomodoro da industria si anticipano mediamente nelle nostre zone 5.500/6.000), delle aziende che hanno cessato l’attività, delle perdite di posti di lavoro nel settore, del danno subito dalle loro famiglie?».
Geri ricorda poi «come sulla presente campagna pesino negativamente alcuni fattori di carattere oggettivo: le condizioni climatiche avverse nella tarda primavera hanno spostato in avanti la maturazione con il maggior rischio di non poter chiudere il ciclo produttivo, e hanno determinato anche delle minori rese unitarie. Gli agricoltori, memori delle perdite degli anni passati, hanno ridotto il loro impegno in termini produttivi con la conseguenza che oggi il prodotto non c’è». E la Cia stima circa 15 milioni di quintali in meno rispetto alla precedente campagna. «Alla fine il nodo è tutto qui – dice Geri – manca il prodotto e quel poco che c’è costa. È la più semplice legge del mercato. C’è poi da ricordare che gli agricoltori locali tramite la Asport hanno consegnato tutto il prodotto impegnato con Italian Food, pari a circa 250.000 quintali, rispettando gli accordi verbali intrapresi con la fabbrica, in assenza di contratto sottoscritto perché Italian Food nel maggio scorso aveva preannunciato la mancata riapertura».
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