Gioco
Morto Lucchini, il “Re del tondino”
Guidò la Magona, fu protagonista della privatizzazione delle acciaierie, segnata nel 1992 da 38 giorni di sciopero
PIOMBINO. Luigi Lucchini è morto a 94 anni nella sua casa di Brescia. Proprio mentre la fabbrica piombinese che acquisì dalle Partecipazioni statali nel 1992, venduta poi nel 2005 ai russi della Severstal, ma che ancora porta il suo nome, rischia di scomparire.
Non fu mai amato in città, il Cavaliere, titolo che gli fu conferito nel 1975 e a cui teneva molto. Del resto il suo rapporto con Piombino non fece che confermare fin dagli inizi la sua fama di duro nei rapporti con i sindacati, le istituzioni e i territori, e lui non fece mai nulla per smentirla, con momenti di grande tensione legati a infelici considerazioni sulle morti sul lavoro.
Alla Magona, che guidò fino alla cessione nel 2001 all’Usinor Sacilor, non ebbe timore di sfidare Fim, Fiom e Uilm con numerose denunce per atteggiamento antisindacale quando metteva in libertà i lavoratori che scioperavano a singhiozzo. Alle acciaierie invece, nel 1992, rifiutò qualsiasi trattativa nei 38 giorni di sciopero contro la privatizzazione della fabbrica, che stremarono la resistenza di sindacati e lavoratori, fino a un accordo votato a maggioranza che portò con sé una forte riduzione degli organici.
La privatizzazione delle acciaierie del resto fu uno spartiacque: da lì si manifestarono i primi segni d’insofferenza sulla questione ambientale, legati anche alla diminuzione degli occupati e alla maturazione non solo nel mondo della politica ma più in generale tra i piombinesi di un termine e di un concetto, che diventò quasi un refrain: la “diversificazione”, peraltro mai completata, come insegnano le vicende dei nostri giorni.
Luigi Lucchini fu un duro certo, qui non aveva amici e nemmeno voleva averne, a lui interessavano l’acciaio e le fabbriche. Anche chi non lo ha amato però ha dovuto riconoscerne le doti straordinarie dal punto di vista dell’intuito e delle capacità imprenditoriali. Oltre che del gruppo di famiglia, è stato presidente della Comit, della Compart e di Montedison oltre che consigliere di Generali e Mediobanca. «Un uomo fermo, mai stanco di progettare il futuro – lo ha definito ieri Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, che Lucchini guidò dal 1984 al 1988 – Uno di quei figli del dopoguerra che con determinazione e modestia hanno ricostruito e rifatto grande il nostro Paese. Lucchini fu capace di trasformare il suo nome in un gruppo nato dal nulla e diventato simbolo e vanto della siderurgia italiana, cui ha dato un respiro europeo».
La sua storia imprenditoriale del resto è davvero da leggenda, visto che nasce nella bottega artigiana del padre Giuseppe, un fabbro di Casto, piccolo centro in provincia di Brescia. Lì il Cavaliere avviò la produzione di tondo per cemento armato, guadagnandosi quel soprannome, il “Re del tondino”, che non lo abbandonò più.
Proprio con i tondini infatti si crea il boom del Gruppo Lucchini, che negli anni Settanta e Ottanta punta sulle produzioni a maggior valore aggiunto, come gli acciai speciali, fino all’acquisizione dello stabilimento siderurgico piombinese, per i laminati lunghi di qualità.
Dai 25 miliardi di lire di fatturato del 1975 il gruppo arriva nel 2000 ad avere un fatturato di 3.500 miliardi con 10.500 dipendenti: con 3,6 milioni di tonnellate di laminati è il terzo polo siderurgico italiano alle spalle di Riva e Techint. La crisi del comparto e l'ingente indebitamento si fanno però sentire: nel 2003 alla guida del gruppo arriva il “risanatore” Enrico Bondi e dopo la ristrutturazione nel 2005 il controllo della Lucchini passa ai russi di Severstal. La famiglia prima resta come socio minoritario, poi esce del tutto, per riacquistare nel 2007 la sola Lucchini Sidermeccanica.
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