Toscana
La famiglia volante con supernonna
Il brivido del paracadute contagia tutti: marito, moglie, nipote di 14 anni e soprattutto Graziella over 70
PIOMBINO. «Ciascuno di noi è, in verità, un’immagine del grande gabbiano, un’infinita idea di libertà, senza limiti».
Non hanno le ali ma devono sentirsi proprio come scriveva Richard Bach nel suo “Il gabbiano Jonathan Livingston”, le persone che decidono di avvicinarsi al cielo, scegliendo di lanciarsi col paracadute.
Arrivano lassù a oltre 4mila metri di altezza con l’aereo, saltano nel vuoto e respirano la potenza inebriante della caduta libera, prima di aprire la vela che li riporta a terra. Giovani, meno giovani, uomini e donne, esperti o principianti, frequentatori fedeli o improvvisati, uniti dal desiderio di provare a vedere il mondo da un’altra prospettiva, aprendo le ali come piccoli uccelli.
A misurarsi nel ruolo del gabbiano Livingston alle prime armi è stata nei giorni scorsi anche Graziella Cicalini, 73enne di Massa Marittima, che si è lanciata in un volo “tandem” insieme all’istruttore Marco Carrara dell’associazione “Moli-Dzone”, presente a Scarlino con atterraggi anche di fronte al villaggio Pappasole fino al 22 agosto.
Com’è che la signora Cicalini si è trovata a buttarsi da un aereo ad oltre 4mila metri di altezza è presto detto: per un regalo di compleanno. «David, uno dei miei figli, è tutto un movimento – spiega la 73enne – Ha cominciato qualche mese fa a fare questi lanci, raccontandomi quant’era bello vedere il mondo da lassù. Allora mi sono detta che l’avrei provato anch’io».
«Le ho promesso così che le avrei regalato un volo a maggio per il suo compleanno - interviene David Mochi - ma no, davvero, se lo devo fare, lo faccio in estate che è caldo», replica la signora Graziella. Alla fine il regalo c’è stato, e il lancio anche. Un’esperienza unica a sentire il racconto della novella paracadutista: «Se mi è piaciuto? Altroché! – afferma con convinzione la donna – È un’avventura meravigliosa che tutti dovrebbero provare. Ovviamente se non si ha la fobia dell’aria. A me l’aereo ad esempio è sempre piaciuto, anche se prima di lanciarmi ero convinta di una cosa: se Cristo voleva che volassimo ci avrebbe messo le ali».
La passione del figlio David ha però convinto la mamma a condividere con lui almeno per un giorno questa esperienza, «che è stata perfetta anche grazie agli istruttori che mi hanno fatto sentire tranquilla e al sicuro. Credo proprio che lo rifarò. Il momento più bello? La caduta libera, vedere il mondo da lassù che ti viene incontro. Una sensazione speciale». Pensionata, la 73enne di Massa Marittima, ha sempre lavorato nel settore del cinema, prima in un negozio di videocassette, poi nella gestione del cinema di paese; professione proseguita con i figli, David a capo della sala Astra di Follonica, Gino gestore del cinema Odeon di Piombino. «Non ho mai fatto niente di così spericolato, giusto una volta rafting in Thailandia. Per il resto ho giusto il tapis roulant a casa e, soprattutto quando i figli erano piccoli, sono sempre stata prudente; ora che sono grandi e indipendenti però un pizzico di incoscienza me la posso pure permettere. Anzi, ad essere apprensivi ora sono loro; quando abbiamo atterrato David mi chiedeva continuamente come stavo. Bene, come vuoi che stia?».
Vedendo la nonna in volo, anche il nipote Alessandro 14 anni, figlio di Gino, ha voluto provare l’esperienza del paracadute. «Non era previsto che lo facessi, ma l’idea mi piaceva e così mi sono buttato – racconta il ragazzo, dal prossimo settembre studente del liceo scientifico di Piombino – È stato bellissimo; già sull’aereo con quel panorama fantastico e poi quando si aperto il paracadute e mi sono goduto la vista chiacchierando con l’istruttore. Se lo rifarò? Credo proprio di sì».
E l’artefice di questa passione contagiosa cosa ne pensa? «Ho iniziato a lanciarmi a febbraio, dopo aver sempre fatto sport particolari come il rally nel deserto – spiega David Mochi – Ho all’attivo circa 50 lanci e posso solo dire che è un’emozione incredibile, una specie di droga che dopo averla provata non ne puoi più fare a meno. A dire la verità ho contagiato anche mia moglie, Enrica Farina. Il suo primo lancio è stato il giorno dopo quello di Alessandro e di mia madre. Ora anche lei non vede l’ora di riprovare».
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