Il Tirreno

Fredy, 86 anni e la magica arte di fare scarpe

di Paolo Federighi
Fredy, 86 anni e la magica arte di fare scarpe

Nel retro del negozio in centro a San Vincenzo un tuffo nelle meraviglie dell’artigianato doc

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SAN VINCENZO. Il negozio di calzature “Bibbonesi” si trova nel bel mezzo della Zona blu di San Vincenzo. Un bel negozio di scarpe, è vero, ma come tanti altri. Ma se entri, e avanzi di qualche metro, ti trovi davanti un muro di scatole, dietro il quale un insolito mondo dal sapore straordinario si schiude lentamente. A vederlo ti trasformi, come nel film di Scorsese, in un Hugo Cabret con gli occhi colmi di stupore davanti alle meraviglie di Georges Melies, l’inventore del cinema di fantascienza e dei primi effetti speciali.

Dietro a quella parete di scatole, il Melies della situazione si chiama Fredy Riccucci, 86 anni portati benissimo, calzolaio e artigiano della calzatura da quando ne aveva solo sette. Fredy è originario di Bibbona, e nel 1947, insieme alla famiglia, si trasferì a San Vincenzo ed aprì il negozio in cui ci troviamo. È intento alla fabbricazione di sandali su misura per una cliente dal piede un po’ particolare. «Questo mestiere ha i suoi segreti – dice Fredy – e solo l’esperienza sa dirti come costruire una scarpa per una cliente che ha il numero 37, ma con un piede largo come un numero 39».

Giriamo lo sguardo, e troviamo macchine vecchie di quasi 100 anni, lì, intatte e tutte perfettamente funzionanti e funzionali. Sono le stesse che Fredy usa tuttora e che usava decenni fa. Paolo Riccucci, 31 anni, è lì davanti al nonno, compiaciuto e ammirato. Sta apprendendo da un po’ di tempo il mestiere di artigiano della calzatura insieme all’altro fratello, Matteo, di 30 anni. Sono loro i due fratelli che porteranno avanti la tradizione di nonno Fredy.

Matteo e Paolo hanno altri dieci fra fratelli e sorelle, la maggior parte dei quali musicisti e artigiani. La creatività, in casa Riccucci, non manca, e ce li immaginiamo a Natale, in più di 40, intorno al tavolo ornato a festa. «Sto cercando di imparare – dice Paolo – Tacco, sottotacco, le forme, i segreti del nonno. Oggi, questo, è un mestiere che fanno in pochi, davvero in via d’estinzione. Quando poi arrivi a fare le scarpe su misura, e a venderle con la scritta ‘Riccucci’, la soddisfazione è davvero tanta».

Su un banco da lavoro, un meraviglioso paio di grosse scarpe chiodate, con una scritta attaccata: “Fatte da noi nel 1949”. Erano le scarpe che Fredy e la famiglia facevano su misura per i contadini. «I chiodi danno più aderenza alle varie superfici – dice Fredy – e le suole non si consumano». Poco più in là, una cartolina del 2012 di una cliente tedesca, che ringrazia Fredy per averle fatto “le scarpe più belle e comode che ho mai indossato”.

I costi sono equi, la qualità è alta: un antidoto perfetto contro la crisi? «A volte – dice Fredy – quando dici alla gente i prezzi, restano meravigliati. Siamo contenti di poter realizzare prodotti di qualità a buon prezzo, e facendo tutto da soli».

Fredy va nella sua piccola officina ogni mattina alle 8, e torna a casa alle 20,30. «Lo faccio ormai da ottant’anni – dice – A quell’epoca dovevamo lavorare anche noi bambini, ce n’era bisogno. E non mi sono mai stancato di questo mestiere». È felice che due dei suoi nipoti stiano apprendendo il suo mestiere. «Sì, sono bravi – dice Fredy – ma sono giovani e moderni. Il problema più grande per loro è che guardano un po’ troppo l’orario di lavoro». Ovunque ci sono zoccoli, scarpe da donna col tacco, sandali, forme, fustelle e fascette. «Non ci si può improvvisare in questo lavoro», dice Fredy con una punta d’orgoglio.

Paolo è lì che guarda, dice qualche parola, ma l’ammirazione che fa trasparire per il nonno è a tratti commovente. «Chi le fa queste cose ora? – dice Paolo Riccucci – È un problema. Anche questo settore sta soffrendo la crisi. I formifici, che producono le forme per l’artigianato calzaturiero, sono quasi scomparsi. Nonostante tutto, le scarpe fatte a mano piacciono moltissimo ai turisti, specialmente agli stranieri, e le vendite di scarpe di nostra realizzazione aumentano in estate. Oggi, in Italia, si vende uno strano made in Italy, con scarpe lanciate come italiane e scritte sulle suole che recitano made in Vietnam, o made in China». In effetti, quale maggior made in Italy di chi le scarpe le fa tutte da sé? «Tedeschi e olandesi, soprattutto – dice Fredy sorridente – si fanno perfino fotografare con me e con le scarpe che ho fatto per loro».

Quando usciamo dal laboratorio di Fredy, la sensazione è di essere tornati di nuovo bambini, proprio come Hugo Cabret, pieni di stupore di fronte alla bellezza delle cose antiche. E la sensazione dura un bel po’ anche se girandoti vedi il turista che spippola sull’I-Pad.

Anzi, la sensazione di meraviglia, davanti agli ultimi prodigi della tecnologia, si amplifica, e pensi che il Melies che hai incontrato nel centro di San Vincenzo, insieme ai due nipoti fieri di apprenderne il mestiere, sia il miglior effetto speciale in tempi che definire bui pare perfino un eufemismo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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